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Adele Fanucchi: Cinquant’anni inseguendo il pallone

Squadra Gazzelle porcari anno1970. Adele è la numero 11

Cinquant’anni inseguendo il pallone. Un gioco da bambina diventato una seconda pelle, che non ti togli più da dosso. La palla ti segue dappertutto, è presente nei tuoi pensieri, ispira tutta la tua vita


Cinquant’anni inseguendo il pallone. Un gioco da bambina diventato una seconda pelle, che non ti togli più da dosso. La palla ti segue dappertutto, è presente nei tuoi pensieri, ispira tutta la tua vita.

Il palleggio, il terzo tempo, il tiro, il rimbalzo, il contatto fisico con l’avversaria, la difesa asfissiante, le braccia protese. La complicità dello spogliatoio, la gioia di far parte di un gruppo di amiche, i viaggi, le trasferte, le cene in pizzeria, le notti in albergo. E le partite, i successi e le sconfitte, le gioie e le amarezze che ogni sport ti riserva. Fino all’insegnamento, alla soddisfazione di trasmettere agli altri, alle bambine in cui in fin dei conti ti rivedi, quello sport – la pallacanestro – che tanto hai amato e che continui ad amare.

Raccontare Adele Fanucchi vuol dire raccontare gran parte, la maggior parte, della storia del Basket Femminile Porcari con cui la sua vita si identifica largamente. Ma è soprattutto il racconto di una grande passione, quella che ancora a distanza di 50 anni ti dà una energia infinita, ti dà la forza di stare ore e ore in palestra tutti i giorni, di trasmettere valori sportivi e di vita, di essere un vulcano di idee e di iniziative.

Il primo giorno dalle suore. Chissà se immagina che succederà tutto questo quando a 6 anni, iniziata la prima elementare, entra per la prima volta nella casa delle suore Cavanis, un punto di incontro irrinunciabile, allora come ora, per i bambini e le bambine di Porcari.

“Alla elementare in quell’epoca non c’era il tempo pieno – ricorda Adele – così il doposcuola era dalle suore”. Suor Elsa, scomparsa da poco, e suor Giuseppina sono già dei punti di riferimento. “Suor Elsa ci veniva a prendere, poi dopo aver pranzato si facevano i compiti e ci insegnavano a cucire. Solo più tardi ci consentivano di uscire a giocare nel cortile”.

Il gioco dopo i compiti. Giocare significa divertirsi sulle giostrine e soprattutto prendere la palla in mano. Già da 4 anni c’è una squadra che fa basket sul campo in asfalto, una squadra che nella stagione 1969-70 vince i Giochi della Gioventù diventando l’orgoglio di un intero paese e dando ancora maggiore impulso al movimento della pallacanestro femminile.

Ci si allena e si gioca all’aperto, se piove si aspetta che smetta e poi si spazzano le pozzanghere, una volta si spala anche la neve, che a bordo campo fa da cornice alla partita.

“Si cominciò a pensare alla costruzione di una palestra – ricorda Adele Fanucchi – e il progetto si concretizzò anche se nella prima fase non c’erano parquet e spogliatoio. Ci si cambiava e si facevano le docce nei bagni del convento”.

Adele sale un gradino per volta, fa tutto il percorso delle giovanili e arriva alla prima squadra nella stagione 76-77 in serie C. Quel gruppo, allenato da Suor Giuseppina e Leonardo Guidi, è composto da ragazze molto giovani e per due anni consecutivi si salva all’ultima giornata.

Si licenzia per poter giocare. Ma non c’è solo il basket. Completata la terza media, Adele non può proseguire gli studi. C’è bisogno di dare una mano in famiglia e così trova lavoro in un calzaturificio. Comincia da apprendista e va avanti giorno dopo giorno cercando di conciliare lavoro e pallacanestro. Finchè… E’ un periodo di forti commesse, si fanno straordinari, il titolare chiede di lavorare anche il sabato. Ma c’è la partita, Adele non intende rinunciarvi. “Attenta, che il basket non ti dà da mangiare”, le dice il proprietario della ditta. Alla giovane Fanucchi quelle parole non vanno giù: “Da oggi neanche le calzature”, risponde togliendosi gli abiti da lavoro e licenziandosi.

Una scelta dettata più dall’istinto che dalla ragione. Serve qualche mese prima che Adele trovi un altro lavoro, glielo offre la Poggioplastic, l’azienda che sponsorizza la squadra, ma i primi tempi sono duri. Si lavora su turni anche notturni, allenarsi diventa complicato. Poi l’orario si sistema e si avanti così sino al 1990, quando entra nello staff del supermercato ora Sigma di Segromigno. Quello da cui uscirà solo al momento della pensione.

Forte e determinata. Decisa, determinata, anche spigolosa, con un carattere forte e volitivo. Ma sempre attenta a quei bambini che allena e a difendere i valori del suo club. Così Adele non si fa scrupolo di andare a sgridare i genitori dei piccoli colpevoli di fare un tifo “esagerato” durante una partita di minibasket. E decisa anche con se stessa, come quella volta che durante una partita di playoff prende un colpo al naso. Infrazione del setto e coach Berti deve faticare per tenerla ferma in panchina. Poi quando va al pronto soccorso le prospettano due strade: tornare per sottoporsi a un intervento chirurgico o provare subito una manovra per sistemare il naso. Adele non ci pensa due volte: “Se si può risolvere subito facciamolo”, dice, temeraria o inconsapevole del tremendo dolore che proverà.

Le stagioni in serie B. Ma torniamo al basket giocato. Nel 1978-79 il Bf Porcari conquista la promozione in serie B e in quella successiva la squadra arriva a disputare la poule per l’A2. Passa Pistoia per la differenza canestri e le gialloblu sono costrette a giocarsi la fase per restare in B. “Senza più energie fisiche e mentali – rammenta Adele – perdemmo diverse partite e retrocedemmo in C. Ma quello resta il punto più alto della mia carriera sportiva”.

Con un ginocchio che fa le bizze e dopo aver giocato sotto la guida di vari allenatori, nel 1985 Adele decide di attaccare le scarpette al chiodo. Resta un anno senza pallacanestro, poi la passione le presenta il conto. E comincia ad allenare, iniziando con le ragazze più grandi.

Il periodo di Altopascio. Fin quando, è il 1996, con la squadra in A2, Adele sente traditi i principi guida della società. Arrivano giocatrici da fuori, si pagano compensi importanti, si trascura il settore giovanile. “Programmi non in linea con la mia ottica” dice Adele, che lascia a malincuore il club dov’è cresciuta e va ad allenare ad Altopascio, dove torna perfino a giocare per dare una mano alla squadra falcidiata dagli infortuni. Ma porta avanti anche una squadra Uisp a Porcari, una esperienza – assicura – di grande divertimento. Nel 2008, con Fabio Berti in panchina, quel team vince a Norcia la finale nazionale.

Il ritorno a casa. Nel frattempo però c’è stato il gran ritorno. Nel 2004 infatti Stefano Picchi e Angelo Menchetti le chiedono di rientrare nel Bf Porcari per occuparsi del minibasket. Impossibile dire di no. E da allora è una crescita continua e costante, con centinaia e centinaia di bambini che passano in quella palestra e che ricevono i suoi insegnamenti.

“Per prima cosa – afferma Adele – cerco di trasmettere ai piccoli l’entusiasmo per questo sport. Arrivano e ovviamente non sanno fare niente e vederli dopo qualche anno giocare nelle squadre agonistiche, dall’Under 14 alla Promozione, è un motivo di grande soddisfazione che ripaga dei sacrifici. La squadra che ha giocato il torneo di Promozione la scorsa stagione è proprio l’evoluzione del primo gruppo che ho ripreso quando sono rientrata in società”.

Cinquant’anni di passione. Come si fa dopo 50 anni ad avere ancora tanta energia, tanta voglia di fare?

“Sono in palestra ogni pomeriggio dopo aver lavorato al mattino dalle 7 alle 13. Arrivo stanca, ma non appena varco la soglia mi rigenero, mi passa tutto e mi diverto come il primo giorno. Le bambine e i bambini devono divertirsi, chi lo fa ritorna e non smette più”.

E le soddisfazioni non sono mancate. “Come quella di vedere Ilaria Menchetti – una bimba che ha iniziato con me e che ha anche fatto l’istruttrice di minibasket fino a un anno fa – arrivare in A2 con la Nico Basket. Ma, tanto per fare altri due nomi, anche le sorelle Sara e Costanza Giorgi sono uscite da questa palestra”.

Gioie e amarezze, ricordi belli e altri spiacevoli.

“Il ricordo più bello sicuramente il campionato di serie B con dieci bimbe tutte di Porcari. Ci sentiamo ancora spesso, si creò un clima fantastico fra di noi. L’amarezza l’infortunio al ginocchio, temevo di non poter più giocare e di dover restare lontano dal parquet. Invece ho potuto continuare a fare tutto”.

Le suore una scuola di vita. E le suore? “Si deve tutto a loro, hanno voluto e gestito questa realtà. Personalmente mi hanno insegnato tanto, mi hanno aiutato a crescere, senza di loro non sarebbe esistito il Bf Porcari e soprattutto non sarebbe stata quella società diversa dalle altre che invece è. Anche se oggi ci sono dirigenti che si impegnano molto, che dedicano tanto tempo alla società, le suore restano il fulcro, il perno intorno al quale gira tutto il nostro movimento”.

Cosa c’è nel futuro di Adele Fanucchi? “Ancora tanto basket – risponde - . Questo è lo sport più bello del mondo e io mi diverto sempre un sacco, è indifferente se alleno i pulcini o se devo stare con l’under 14 o l’under 16. E poi – lo sapete – probabilmente il prossimo anno sarà l’ultimo di lavoro, potrei andare in pensione e ho tante idee per la testa….”.

Lo dice sorridente, mentre sta per salire sull’auto, quella Punto grigia che tutti i pomeriggi puoi vedere parcheggiata davanti al cancello della palestra. Nello stesso luogo, nella stessa posizione, immancabilmente. Senza che nessuno si azzardi a occuparlo, come se ci fosse un patto non scritto. Perché Adele è Adele e senza di lei il Basket femminile Porcari sarebbe un’altra cosa.

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