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Elezioni del consiglio provinciale: vince la Versilia unita

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Durante l’ultima tornata di elezioni provinciali, dove a votare erano solo i consiligeri comunali e i sindaci dei comuni, il PD Versilia unito ha garantito il successo nelle prime due posizioni a Luca Poletti, capogruppo del PD Viareggio in consiglio comunale, e Maurizio Verona, sindaco di Stazzema. Nei restanti due anni la Versilia si farà garante delle stringenti necessità della zona, dal porto di Viareggio alle strade provinciali.

 

 

 

 

Di Andrea Boccardo

 

 

 

La provincia è un po’ come la cameretta buia dove sei nato. Come ti muovi ti muovi, a tentoni sbatti sulla cassapanca del nonno, sulla lampada gettata lì da tuo fratello, sul letto che ti ha visto crescere centimetro dopo centimetro. La provincia ha il solito sapore delle stesse persone che hai sempre incontrato, anno per anno in vesti diverse, reinventate ma sempre uguali.

 

 

 

 

La provincia di Lucca non fa eccezione: divisa da sempre a triangolo tra territorio costiero, con usi e costumi marinari, piana di là dal monte Quiesa e valle pedemontana apuna-garfagnina, spesso i verbi si fermano nelle gallerie del Cipollaio e di Nozzano per cambiare colore, trasformarsi in un’altra lingua e non essere più compresi, irrimediabilmente, né da una parte né dall’altra.

 

 

 

 

Grazie alla riforma degli enti locali voluta da Graziano Delrio, che aveva una sua logica solo con la vittoria del sì al referendum costituzionale, le province dovevano essere un punto di passaggio obbligato verso lo smantellamento ufficiale. In realtà non è andata così. La storia la sappiamo: oggi sono ben esistenti e saldamente obbligatorie, devono essere messe in grado di amministrare e funzionare. Abbiamo costruito una carrozzeria di lusso, con abitacoli confortevoli e a prova di assalto, ma abbiamo tolto il motore. Un classico all’italiana.

 

 

 

 

Innanzitutto, è stata tolta la rappresentatività diretta, perché gli organi politici provinciali possono essere votati solamente da sindaci e consiglieri comunali dei comuni di appartenenza: una pratica all’americana fuori luogo per la tradizione politica europea, francamente antidemocratica e pericolosamente corruttibile. Il ruolo dell’esecutivo, la giunta provinciale, è tutto accentrato nella figura del Presidente, niente più assessori, che sì percepivano uno stipendio, ma venivano frustati dall’alto a far galoppare le proprie deleghe pena la decollazione dal cappio e la sostituzione in tronco. Adesso le funzioni vengono trasferite a consiglieri provinciali che già fanno parte di amministrazioni comunali, e sono quindi impegnati in feroci battaglie di opposizione oppure in faticose e lente costruzioni in maggioranza.

 

 

 

 

Un consigliere provinciale non percepisce il gettone di presenza, deve inforcare l’auto (di proprietà, non di colore blu) e macinare a volte più di trenta chilometri di strada (provinciale, sgangherata perché mancano i soldi) per partecipare alla riunione collegiale: molti oneri, pochi onori. Quanta quota dell’impegno pubblico che già sta togliendo alla sua vita privata potrà ancora spendere per ottemperare l’incarico pro bono affidatogli? Per il resto, nulla è cambiato perché permangono le funzioni assegnate per legge: ad esempio, la costruzione e manutenzione di centinaia di strade provinciali, l’edilizia delle scuole superiori, la valorizzazione e cura di notevoli patrimoni architettonici e culturali, per non parlare a Viareggio dell’annosa e delicata questione del porto.

 

 

 

 

Da una parte quindi l’abbandono a se stesse, dall’altra la stretta cinghia imposta dallo stato che obbliga le province a riversare ogni anno nelle casse centrali buona parte delle entrate storiche, lasciando mamma Roma a mungere e la provincia a fare da semplice esattore: Come le imposte sulle Rc auto e di trascrizioni dei veicoli. Si tratta di centinaia di milioni di euro l’anno essenziali per la sopravvivenza dell’ente. Sembra di tornare ai tempi della riforma agricola voluta dallo zar Nicola I, dove i burocrati russi viaggiavano per l’impero una volta l’anno a barattare le anime dei contadini morti nelle fattorie in cambio della riduzione sulle imposte del raccolto. Leggere Gogol per credere.

 

 

 

 

Il PD Versilia, compatto e coerentemente guidato dalla figura del segretario nonché capogruppo PD di Massarosa Riccardo Brocchini, ha portato avanti le candidature di Luca Poletti e Maurizio Verona, piazzandole ai primi due posti assoluti del consiglio provinciale con rispettivamente 8239 e 7851 voti ponderali. Due futuri consiglieri provinciali dalle indubbie qualità morali e civiche, impegnati da anni nella politica territoriale e che sapranno far valere la propria posizione in un consiglio provinciale con una buona maggioranza PD, squilibrato peraltro verso la massiccia presenza di delegati della Media Valle e della Garfagnana. Il frutto del lavoro è opera di una coesione attiva tra le segreterie e i consiglieri comunali di marca PD di Viareggio, Seravezza, Forte dei Marmi, Stazzema, Camaiore e Massarosa, a cui va il plauso di aver realizzato un risultato affatto scontato, che poteva essere funestato da influenze improvvise, nevicate sul monte Tabor, distorsioni alle caviglie, sparatorie notturne. 

 

 

 

 

 

Così fortunatamente non è stato: nella speranza che il prima possibile il comune di Pietrasanta torni a vestire i colori della legalità che solo il Partito Democratico può dare, la Versilia ne esce rincuorata e, soprattutto, rinforzata politicamente. Con buona pace dei gufetti appollaiati sui pennoni di fantasmagoriche bandiere di una sinistra che in casa di qualcuno, storicamente, non si è mai vista. Bisogna ringraziare doverosamente anche Elisa Montaresi e Serena Vincenti per il senso di responsabilità delle candidature di servizio. Far parte di un partito significa saper entrare nelle logiche di appartenenza e di soccorso tipiche di quelle di una comunità. Il PD è una comunità e loro ne fanno parte a pieno titolo, a testa alta e schiena dritta.

 

 

 

 

In definitiva, i provinciali sono da sempre stati considerati cittadini di serie b, schiavi del sistema nazionale dove a dettare l’agenda politica, culturale ed economica sono le città metropolitane, dove i parlamentari parcheggiano l’auto blu e le case di registrazione girano X Factor. La provincia in realtà ci contraddistingue, ci appartiene. È la nostra identità che puoi lasciare in gioventù per cercare fortune altrove, a Milano, a New York, a Parigi, ma dopo non vedi l’ora di tornare, per cercarci moglie o marito e per chiudere quel ciclo indissolubile che ti lega al luogo dove sei nato. Uomo di provincia, città di provincia, provinciale sono espressioni distorte dai mass media che dimostrano che la provincia italiana è un microcosmo di usi e costumi caleidoscopico, fatto di libri, dialetti, campanili e sagre di paese. Forse un giorno lo stato arriverà a decretarne la fine istituzionale, ma mai cesserà quel senso di fiera indipendenza che attraversa la spina dorsale dello stivale e che trasforma in un curioso coacervo di amore-odio le sane rivalità di borgata tra modenesi e bolognesi, livornesi e pisani, baresi e leccesi. Sarà in provincia che si decideranno le sorti future di un paese in bilico nel marzo venturo con le elezioni politiche, dove i candidati più radicati sul territorio e più presenti con le idee e con i fatti se la potranno contendere palmo a palmo nei collegi uninominali. Occorre metterci la faccia, spendersi pedalando di comune in comune, dimostrando responsabilità e coraggio.

 

 

 

 

Troppo facile fare la campagna elettorale dietro una tastiera, tramite twitter, e farsi eleggere capo del governo con poche migliaia di like su un equivoco sito internet. Per quanto tempo permetteremo che le province siano le stampelle (oggi addirittura monche) della burocrazia centrale italiana? Milioni di provinciali oggi tengono a galla un paese che, visto dal Campidoglio, sembra un ammasso indifferenziato di rifiuti, ma che in verità è innestato sul lavoro della gente di paese, dai maniscalchi di Thiene alle infermiere di Monterosso Almo. Loro, queste milioni di persone, il vitalizio non lo vedono, e il problema è che forse non vedranno neanche la pensione. Che qualcuno poi ci venga a dire che i Piero Chiara, i Cesare Pavese, i Pier Vittorio Tondelli avevano meno acume o saggezza dei Montale, dei Moravia, dei D’Annunzio.

 

 

 

Andrea Boccardo

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