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Tito Andronico spettacolare a Massaciuccoli

Un meraviglioso Tito Andronico a tutto Shakespeare realizzato con cura dal gruppo Jenco chiude la stagione estiva della rassegna teatrale nella cornice della Massaciuccoli romana, davanti alla soddisfazione del pubblico. Il terzo appuntamento della compagnia ha registrato il massimo successo. 

 

 

 

 

 

 

di Andrea Boccardo

 

 

   Se si vuole squadernare il maestro dei maestri, va fatto come si deve. Shakespeare è un soggetto da afferrare con cura, maneggiare con delicatezza e riporre nella teca dorata dove si è trovato alla fine del trattamento. Il gruppo teatrale guidato dalla brillante regista Anna Jenco è stato pienamente all'altezza della situazione, portando nella naturalistica scena della Massaciuccoli romana, già anfiteatro adibito ad hoc per spettacoli ambientati nella latinità, un Tito Andronico di eccellente fattura. Per la prima tragedia del Bardo di Strattford, scritta prima dell'ultima decade del XVI secolo e corroborata da scene macabre, intrise di violenza apparentemente gratuita ed in realtà rispondente ad un progetto di moralizzazione che fa capo al Tieste di Seneca e all'episodio delle Metamorfosi di Filomela e Procne, la regista Anna Jenco ha disposto i suoi personaggi in una singolare disposizione a tre piani, sfruttando con astuzia le sezioni sfalsate del teatro.

 

La sua voce risuona nell'aria densa del lago mentre lo sguardo dello spettatore è piacevolmente direzionato in più punti, sulla parte bassa verso le matrone romane, nella parte centrale verso la bravissima Luisa Mencarini, spietata Tamora regina dei Goti andata in sposa al novello imperatore di Roma. Ed infine nella balaustra alta, dove gli aspiranti al trono aspettano il ritorno in apoteosi del valente generale Tito Andronico: Stefano Ostling è un quieto e saggio Bassiano, che ritira la propria candidatura a favore del fratello Saturnino, interpretato da un artista a tutto tondo che risponde al grande nome di Jacopo Crudeli. Il cantante degli Escodamé sfodera una prestazione da oscar entrando di tuffo dentro un ruolo tipicamente romano, dal fisico asciutto alla capigliatura, accentuando la voce calda in una trama di perfidia che si mescola con la virtus tipicamente latina. 

 

Il gioco delle parti è di grande effetto nella scelta della regista di immettere in scena le due figlie gemelle, Elena e Paola, nel ruolo dei velenosi fratelli Chirone e Demetrio, figli sciagurati della regina dei Goti: le sorelle interpretano con malizia e soavità il ruolo, creando un polo ipnotico attorno ai loro corpi che danzano sinuosi nell'aria alla ricerca della malvagità nei confronti di una timida e disperata Lavinia, portata sulla scena con grande effetto da Sara Bernardini. La scena dello stupro e dell'amputazione, capisaldo della nefandezza a cui Shakespeare ha abituato fin dall'inizio il suo pubblico e che proseguirà, sebbene a tinte meno fosche, con le successive tragedie (si veda Coriolano, Riccardo III e Re Lear) è un tripudio di animazione scenica, senso del palco ed angoscia, con lo spettatore letteralmente rapito da un terzetto sensazionale. 

 

Di forte impatto è anche la recitazione, sublimata dalla statuarietà che lo ha contraddistinto in anni di teatro, di Francesco Grassi nel ruolo del cives romanus Marco Andronico, fratello del leggendario Tito, ultimo impavido eroe di una casata dannata che tornerà con il suo senso dell'onore a ricacciare indietro la corruzione della carne e della violenza dove le famiglie più importanti erano precipitate per sete di potere. Sì, perché la bravura della signora Jenco, che ha dovuto tagliare ruoli pur importanti come il Moro Aronne incarnante il male duro e puro (antesignano degli Jago e degli Edmund), è quella di distillare il succo della poetica shakespeariana in poco più di un'ora di spettacolo: la malvagità dell'animo umano è un pozzo senza fondo, e basta una bazzecola come il rifiuto di Lavinia alle profferte di matrimonio imperiale di Saturnino per scatenare una serie di eventi infausti a cascata, come una palla di neve che si ingigantisce a forza di cadere. 

 

Chi può bloccare il corso della tregenda non lo fa e, nonostante l'alta caratura morale del suo carattere, Tito Andronico, interpretato da un immenso Paolo Jellersitz al canto del cigno dopo molto tempo che non si vedeva sulle scene, viene ferito dove più la piaga fa male, nel suo amore di padre. La paternale benevolenza scompare quando si toccano i familiari amati, e sembra di scorgere le vendette dei giorni nostri, quelle che leggiamo sui rotocalchi e che sommessamente applaudiamo nella nostra coscienza: farsi giustizia da sé aggiungendo l'efferatezza all'offesa è cosa buona oppure no? Uccidere chi ha alzato il coltello nei confronti di un parente, magari dove la polizia brancola nel buio e diventa braccio anestetizzato di uno stato addormentato, può ritenersi etico? Il dilemma rimane aleggiante nel vento, e la complessità del personaggio di Tito è la prima sfida vinta egregiamente da Shakespeare, che migliorerà ancora in personaggi-totem come Macbeth, Coriolano, Shylock, Otello e Amleto. Ma questo Jellersitz è possente, beffardo, fuggevole al giudizio morale ed è tutto merito del suo talento, di una fisicità imponente che domina sulla scena, da una voce baritonale che riecheggia, ora trionfale dopo la vittoria sui goti, ora drammatica al vedere la figlia straziata, ora infingarda nel consumare freddamente la vendetta su Chirone e Demetrio. 

 

Nel volto di Jellersitz è scolpito il segno delle innumerevoli stagioni teatrali attraversate, delle fatiche mmenomiche del teatro, della grazia, del pianto, delle risa che una macchina da palcoscenico come lui ha estratto negli anni dal cuore delle persone. Generoso il gesto di uccidere la figlia sofferente, non solo nella volontà di seguire il destino della tragedia di Filomela e Pandione, ma nell'atto di estrema misericordia che risparmia dalla vista della brutalità del mondo i poveri innocenti. La gamma delle emozioni è totale, e alla fine la compagnia fa centro con il tema più importante: mostrare la radiografia del male in ogni sua forma. 

 

Bravissime anche le interpreti femminili che danno voce al popolo romano: sono Lorella Massaro, Cristina Grandi, Rebecca Ramacciotti, Anna Lisa Bertacca a plasmare il pubblico come un'onda, recandolo per mano come il Prospero della Tempesta gioca con i personaggi che capitano sulla sua isola. Sì, perché il teatro è vita sebbene sia gestito da un temerario deus ex machina, verità svelata ed immediatamente ritratta, saltellante come la fortuna ma capace a chi ne sa coglierne le brame di goderne e rendere i propri giorni dediti al sacro servizio dell'arte. 

 

 


Decisivo l'aiuto del team delle luci rappresentato dalla Lit di Marco Betti e da Alessandro Cocchiara, dalle fotografie della bravissima Wanda d'Onofrio, dall'aiuto regista di Francesco Maurizi Enrici e dalla presenza scenica dei tiratori di fune del Rione Pieve di Camaiore, validi centurioni di Tito Andronico. 

 

 

Andrea Boccardo

 

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