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Il Santo del giorno, 15 Dicembre: Suor Maria Crocifissa, al secolo Paola Di Rosa - S. Virginia Centurione Bracelli, nobile genovese

15 dic SANTA MARÍA DE LA ROSA

Nata da nobile e facoltosa famiglia, scelse la via del convento (come una sua sorella maggiore). Si dedicò alla cura delle operaie di una sua filanda, poi delle ammalate di colera e dei feriti delle Giornate di Milano, finendo la sua tribolata vita fisica terrena a soli 42 anni, nel 1855.

 

E poi un'altra santa-nobile. Questa volte addirittura figlia di un Doge di Genova, dove svolse un'attività incredibile!

di Daniele Vanni

Suo padre, Cav. Clemente IV Di Rosa, è un cospicuo imprenditore bresciano. La madre, Contessa Camilla Albani, appartiene alla nobiltà bergamasca, e viene a mancare, nel 1824, quando lei, Paola Francesca Maria, ha soltanto 11 anni.

E’ nata infatti nel palazzo di famiglia, oggi in Via Gramsci n.10, il 6 novembre 1813 e viene subito battezzata in casa, lei sesta di nove figli, per il timore del suo fisico gracile. Proprio poco prima della malattia mortale della mamma, anche lei ha rischiato di morire, per una malattia gastrica, che le lascerà dei disturbi per tutta la vita.

La mamma adorata invece se ne va e lei, a quell’età, di 11 anni, con il suo fisico esile, entra nel collegio della Visitazione per gli studi, e ne esce a 17 anni. Il padre comincia a parlarle di matrimonio, ma non se ne farà nulla, (già si arrabbiava, quando la sua governante voleva arricciarle i capelli o il padre voleva farla ritrarre in un quadro ed è contenta solo davanti al suo altarino di Maria che adorna sempre di fiori o quando può portare del mangiare ai poveri che l’aspettano sempre alla cancellata della villa) non se ne farà niente, perché lei vuole restare fedele al voto di castità, fatto in istituto.

Niente matrimonio, dunque. Il padre la mette subito ai lavori, allora, mandandola a dirigere il convitto di una sua fabbrica di filati di seta ad Acquafredda, un paese del Bresciano, in riva al fiume Chiese, con una settantina di operaie. Siamo nel regno Lombardo-Veneto che, malgrado il nome, è una provincia “a statuto speciale” dell’Impero austro- ungarico, governata dall’arciduca Ranieri d’Asburgo col titolo di viceré (austriaco è pure l’arcivescovo di Milano, il cardinale Gaetano Gaysruck, spesso però in polemica con i governanti).

Così, la giovane “manager col voto di castità” s’impegna nell’azienda di famiglia.

Ma al tempo stesso organizza aiuti per i poveri e gli ammalati in necessità, e si dedica all’istruzione religiosa femminile, aiutata da alcune ragazze. Insieme, si fanno infermiere volontarie e lavorano senza alcun riconoscimento civile o ecclesiastico. Soprattutto a favore delle ammalate povere, che assiste, facendo loro catechismo e insegnando loro a leggere e scrivere.

Nel 1836 la Lombardia è colpita dal colera, che fa 32mila morti e si estende anche al Veneto e all’Emilia.

Con le sue ragazze, Paola Francesca, a 22 anni, fa servizio volontario nel lazzaretto, assiste chi è malato in casa, si occupa degli orfani.

Assiste un fratello che muore tra le sue braccia e prega per la sorela che anch’ella contagiata supererà il male.

Dà anche vita a due scuole per sordomuti.

Nel 1840 si trova a capo di 32 ragazze, con esperienza infermieristica e preparate persino all’istruzione religiosa, ma ancora senza approvazioni ufficiali, senza “personalità giuridica”. Questo è dovuto pure alla situazione politica del tempo, a qualche ostacolo locale.

Ma un aiuto grande, le viene dal padre che compra una spaziosa villa vicino all’ospedale, e la dona a lei ed alle sue aiutanti. Questo è il Palazzo Mazzucchelli, dove Paola lavora incessantemente, nonostante che spesso si ammalata.

Ma il risultato è sempre uno solo: ufficialmente Paola Francesca e tutte le ragazze non esistono. E andrà anche fino a Roma (via Loreto!) a richiedere autorizzazione e visibilità al Papa

Ma per i bresciani esistono, sì: loro le vedono all’opera, e soprattutto ne ammirano il coraggio nella tremenda primavera del 1849, durante le “Dieci Giornate”; ossia quando la città si ribella agli Austriaci (vincitori della guerra contro il Regno di Sardegna) e subisce poi la rappresaglia ordinata dal feldmaresciallo Haynau. In mezzo alla tragedia, loro sono lì a soccorrere i feriti e a fare coraggio. E finalmente nel 1851 l’intrepida comunità ottiene la prima approvazione della Santa Sede come congregazione religiosa, col nome di Ancelle della Carità.

Nel 1852, Paola Francesca pronuncia i voti e come religiosa diventa suor Maria Crocifissa (ha voluto chiamarsi come la sua sorella maggiore, morta nel 1839).

Guidate da lei, le Ancelle della Carità incominciano a estendere la loro opera in Lombardia e nel Veneto, ed anche in Croazia, a Dubrovnik (Ragusa) con un orfanatrofio ed una scuola.

Ma ormai le resta poco da vivere, anche se è ancora giovane.

Si ammala nella casa delle Ancelle, in Mantova, e di lì ritorna a Brescia solo per morirvi, a 42 anni. Alla fine di una messa in suo onore e per la sua salute, al termine della quale, lei esclama: “La Grazia è fatta!”.

Pio XII Pacelli la proclamerà santa nel 1954.

Le sue spoglie sono custodite nella Casa madre di Brescia.

 

 

Santa Virginia Centurione Bracelli

 

Religiosa

Nascita      Genova, 2 aprile 1587

Morte        Genova, 15 dicembre 1651

Venerata da        Chiesa cattolica

Beatificazione      22 settembre 1985

Canonizzazione   18 maggio 2003

Ricorrenza 15 dicembre

Virginia Centurione Bracelli (Genova, 2 aprile 1587 – Genova, 15 dicembre 1651) è stata una giovane e ricca vedova che si dedicò ad opere di carità; fondatrice della congregazione religiosa delle Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, dette Brignoline, con sede a Genova, e quella delle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, con sede a Roma.

Di famiglia nobile e facoltosa, figlia di Giorgio Centurione, doge della Repubblica di Genova nel biennio 1621-1622 e di Lelia Spinola, ricevette un'educazione religiosa. I genitori volevano per lei un'istruzione che le permettesse di leggere le opere letterarie e le fu insegnato il latino. La madre morì presto e il padre, secondo l'usanza del tempo, la promise in sposa a Gaspare Grimaldi Bracelli, unico erede di una ricca e nobile famiglia.

Nel 1606 Gaspare Bracelli si ammalò gravemente ai polmoni e i medici consigliarono un clima più salubre; si trasferì ad Alessandria, presso dei cugini, dove Virginia lo raggiunse nel 1607. Bracelli morì il 13 giugno 1607, a 24 anni, lasciando Virginia vedova a soli 20 anni.

Cercando anche la collaborazione della madre di Gaspare, Giorgio Centurione fece di nuovo progetti di matrimonio per la figlia, spinto anche dalla volontà di diventare doge, ma Virginia rifiutò.

Le attività di assistenza

Fondò scuole e collegi, e aiutò con risorse proprie alcune famiglie bisognose affinché i figli potessero andare a scuola.

La guerra franco-piemontese (1625) tra la Repubblica di Genova e il duca di Savoia, che era spalleggiato dalla Francia, la disoccupazione e la fame arrivarono nella Repubblica. Genova fu invasa dai profughi, che cercavano rifugio in città fuggendo dai territori occupati. La Bracelli continuò l'impegno caritativo organizzando assistenza spirituale e materiale per i profughi e per i prigionieri.

Nell'agosto 1625, morì anche la suocera, nel 1630 la Bracelli iniziò l'attività di accoglienza e assistenza per bambine povere.

Al crescere il numero delle giovani accolte nel suo palazzo, inizialmente riservò loro l'attico, ma poi dovette cercare un locale più grande.

La duchessa Placida Spinola, di cui era amica, le concesse (all'inizio gratuitamente, in seguito in affitto!) il convento di Monte Calvario che aveva comprato dai frati francescani.

Il 14 aprile 1631, lasciò la casa di Via Lomellini e si trasferì con le giovani verso il convento di Monte Calvario, che fu chiamato "Rifugio di Monte Calvario". Quando il convento di Monte Calvario diventò insufficiente per le tante richieste, Bracelli portò le migliori in una seconda casa e poi in una terza. In tre anni l'opera contava già le tre case e trecento ricoverate.

Per far fronte alle difficoltà economiche, attinse alle sue rendite e proprietà, poi ricorse a parenti (tra cui il fratello Francesco, capo dell'esercito pontificio), amici, all'"Ufficio dei Poveri", che le assegnò un sussidio, e ad altri benefattori.

Nella prima metà del Seicento, c'erano a Genova diverse istituzioni pubbliche di assistenza alla popolazione tra cui l'"Ufficio dei poveri" e l'associazione delle "Otto signore della misericordia"; quest'ultima versava in stato di decadenza, tanto che non si riuscivano a trovare otto persone disposte a occuparsi degli otto quartieri in cui era divisa la città.

La Bracelli fu invitata a farne parte e le fu affidato un quartiere povero in cui vivevano più di 600 famiglie.

Decise di riorganizzare la distribuzione degli aiuti in maniera che arrivassero realmente ai poveri: preparò ed espose all'interno dell'Associazione un programma di assistenza. Poté avvalersi degli aiuti provenienti dalla nobiltà genovese che offrì mezzi e collaborazione. Sorsero così le Cento Signore della Misericordia protettrici dei Poveri di Gesù Cristo ("Cento signore della Carità"), che operarono insieme ad altre volontarie nei vari quartieri.

Nel 1634 scrisse un regolamento per la Congregazione delle Cento Signore della Misericordia.

Le Cento Dame non durarono molto.

La Bracelli partecipò alla riorganizzazione del Lazzaretto di Genova, usato fuori dai periodi di peste per l'assistenza a donne, bambini, vecchi e invalidi; ottenne che una percentuale degli introiti fosse assegnata ai lavoratori.

Le "Quarantore"

Durante le feste di carnevale, riscoprì le "Compagnie di penitenza", organizzò processioni e la consacrazione della Repubblica alla Vergine Santissima del 25 marzo 1637.

Fondò l'istituzione delle Quarantore, che servirono per ravvivare nei fedeli la fede e la adorazione all'eucaristia. Il cardinale Stefano Durazzo, arcivescovo della città, lo concesse su autorizzazione solo quando Virginia Centurione s’impegnò a curare il decoro delle chiese dove fosse esposto solennemente il "Santissimo Sacramento".

Le quarantore furono iniziate verso la fine del 1642.

Nel Cristianesimo le Quarantore, o Quarant'ore, indicano il periodo di tempo trascorso da Gesù Cristo fra la sua morte (venerdì pomeriggio) e la sua risurrezione (domenica mattina).

 La liturgia cattolica commemora quest'arco cronologico con la pubblica adorazione eucaristica del Santissimo Sacramento visibile nell'ostensorio solennemente esposto su di un trono con una residenza maestosa nel posto più alto e centrale dell'altare, pratica religiosa compiuta non soltanto durante il Triduo Pasquale ma anche in altre particolari occasioni, come domenica delle palme e lunedi e martedì santo.

L'uso più diffuso è forse l'esposizione dal pomeriggio della Domenica di Quinquagesima al martedì di carnevale, pratica introdotta a Milano da S. Carlo Borromeo e prestamente diffusasi, per riparare ai molti peccati carnascialeschi.

Stando difatti alla sinossi evangelica, l'intervallo temporale con il Nazareno morto e deposto dalla Croce e con il prosieguo della sua opera redentiva durante la permanenza nel Santo Sepolcro non si sarebbe limitato alla giornata del Sabato Santo, poiché in realtà sarebbe durato 40 ore, dalle 3 del pomeriggio di Venerdì Santo all'alba di Pasqua, le 7 del mattino della domenica di risurrezione (o risuscitamento).

Ciò spiegherebbe l'affermazione paolina secondo cui Cristo "fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture" (Prima lettera ai Corinzi 15, 3-4), affermazione ripresa e ribadita nel Credo Cristiano.

Il problema che la liturgia cristiana s'appoggi contemporaneamente a un calendario lunare, in cui il transito al nuovo giorno comincia alle 18 con lo spuntare del nostro unico satellite naturale, e a un calendario solare, che sancisce questo passaggio a mezzanotte, fa sì che le Quarantore vengano considerate parte della liturgia non solo del Sabato Santo ma pure del Venerdì Santo e della Pasqua, sovrapponendosi in tal modo ad altre funzioni quali l'Adorazione della Santa Croce e la Veglia pasquale.

Una simile sorta di scissione liturgica può avere un senso considerando che, nell'arco di queste 40 ore, per il diofisismo della dottrina cristiana Gesù Cristo è contemporaneamente morto come uomo e vivo in quanto Dio.

 Inoltre nella Bibbia il numero 40 ricorre quasi mezzo centinaio di volte, spesso come simbolo per indicare un periodo di prova e isolamento.

La sede definitiva per le "figlie"

Con il passare del tempo volle dare alle "figlie" una sistemazione definitiva e una sede propria. La prima idea fu quella di comprare Monte Calvario, ma il costo era troppo elevato per le sue possibilità.

Decise quindi di comprare una casa nel quartiere di Carignano. Spinta dai parenti preoccupati per la sua salute, decise di assicurare il futuro dell'opera chiedendo al Senato della Repubblica, con una petizione, l'assegnazione di protettori pubblici. Il Senato accettò e nominò (il 3 luglio 1641) i protettori che comprarono la casa di Carignano e presero sotto la loro tutela l'amministrazione del Rifugio imponendo dei limiti all'attività della Centurione, che aveva cominciato a costruire nuovi locali. La data del riconoscimento ufficiale fu il 13 dicembre 1635.

Si trasferì a Carignano con le giovani della casa del Bisagno e di Monte Calvario.

La nascita delle istituzioni religiose

Già nel 1633, scrivendo a un'amica, la Bracelli la informava che si erano trasferite alla casa di Bisagno "solo quelle giovani che pensavano di servire Nostro Signore per tutta la vita".

Nel 1641 il cappuccino Mattia Bovoni assunse la direzione spirituale della comunità di Carignano.

Bovoni si rese conto della bontà della fondazione, ma per garantirne la continuità, suggerì a Bracelli di scegliere le migliori delle sue "figlie" per formare una comunità che avrebbe potuto continuare la sua opera.

Le giovani avrebbero potuto vincolarsi in maniera moderata, alla maniera delle terziarie francescane, e come "vergini secolari" arrivare ad essere "anime consacrate a Dio".

Le donne che Bracelli scelse il 2 febbraio 1642, come terziarie francescane, non fecero voto religioso, ma si obbligarono all'obbedienza ai superiori, cioè alla "madre" e ai "protettori".

Nel 1643 Mattia Bovoni morì.

La Regola delle "figlie" fu redatta negli anni 1644-1650, in essa si diceva che tutte le case costituivano l'unica Opera di Nostra Signora del Rifugio, sotto la direzione e amministrazione dei "protettori"; veniva riconfermata la divisione tra le "figlie" con l'abito (suore e novizie) e "figlie" senza; tutte, però, dovevano vivere - pur senza voti - in obbedienza e povertà.

Nel 1645 la Bracelli, su richiesta del senato, aveva mandato le prime ventitré "figlie" all'ospedale di Pammatone.

Nel 1650, l'Ufficio dei Poveri le chiese di mandare le religiose a dirigere il laboratorio interno del Lazzaretto.

Col tempo l'Opera si sviluppò in due congregazioni religiose: le Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, con sede a Genova, e le Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, con sede a Roma.

Gli ultimi anni

Furono gli anni della discordia tra il fratello Francesco e il cognato; i litigi e le querele si portavano via gran parte del patrimonio dei generi, era il fallimento finanziario del marito della figlia Isabella che, facendosi garante dei suoi fratelli, era rimasto implicato nel loro fallimento con un debito di più di 4 milioni di lire|!

 Nel 1647 ottenne la riconciliazione tra la Curia arcivescovile e il Governo della Repubblica, tra loro in lotta per pure questioni di prestigio.

Nel 1649, dopo una grave malattia, chiese e ottenne che ai tre protettori se ne aggiungesse un quarto, il marchese Emmanuele Brignole, in riferimento al quale le religiose furono poi chiamate "suore brignoline".

Morì nella casa di Carignano il 15 dicembre 1651, a 64 anni.

Il culto

Il corpo fu deposto provvisoriamente nella chiesa del convento di santa Chiara, dove rimase "provvisoriamente" 150 anni.

Nel 1661, dieci anni dopo la sua morte, fu scritta la prima agiografia di Bracelli, nella quale è definita "meravigliosa serva di Dio".

Di lei scrive Emmanuele Brignole: «Virginia visse il suo servizio a Dio perfettamente, non pensò mai alla propria soddisfazione, dedicata interamente a Dio e al suo prossimo».

Nel 1801 il suo corpo fu riesumato e consegnato alla venerazione delle "figlie".

Negli anni ottanta del Novecento fu effettuata una successiva riesumazione all'interno del processo di beatificazione, in presenza dell'arcivescovo di Genova, cardinale Giuseppe Siri.

Oggi le spoglie della santa sono conservate nella casa madre delle "brignoline", che dalla metà dell'Ottocento si trova nel quartiere genovese di Marassi.

La sua Memoria liturgica è fissata al 15 dicembre.

Fu beatificata da papa Giovanni Paolo II il 22 settembre 1985 a Genova, in Piazza della Vittoria, durante la visita pastorale alla città e alla arcidiocesi. Il grande arazzo per la beatificazione, posto alle spalle del Santo Padre, fu realizzato dal pittore Corrado Mazzari.

Fu canonizzata dallo stesso Papa il 18 maggio 2003 a Roma, in Piazza San Pietro.

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