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Accadde oggi, 12 Dicembre 1969: la strage di Piazza Fontana

12 dic piazza fontana piazza fontana 3 lp

Non solo è il primo atto della "strategia della tensione", ma è stato evento paradigmatico della ricerca (?) della verità, da parte della stampa, dei giornalisti, della Giustizia, che dopo processi durati decenni e spostati in tutte le parti d'Italia, ha finito per dichiarare che i veri responsabili non erano più processabili perche definitivamente assolti con una precedente sentenza definitiva!  

di Daniele Vanni

La strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, nel centro di Milano, è da molti è stata considerata la madre di tutte le stragi e ritenuta da alcuni l'inizio del periodo passato alla storia in Italia come “strategia della tensione” ossia un disegno razionale, perseguito da politici, servizi deviati e dall'estrema destra per creare instabilità e paura nelle istituzioni e nei cittadini, e quella della «strage di Stato», ordinata da settori del mondo politico (dai servizi segreti e consorterie criminal-economiche) per creare un'atmosfera di panico, rendendo necessarie misure d'emergenza, e garantire se non il potere, perlomeno spianare la via elettorale ai “reazionari nemici del popolo”.

Le indagini, parliamo del primo anello di questa catena impressionante, quello dell’attentato esplosivo alla vigilia del Natale del 1969, si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti prima anarchici e poi neo-fascisti; tuttavia alla fine tutti gli accusati sono stati sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni sono stati condannati per altre stragi, e altri usufruiranno della prescrizione, evitando la pena).

In contemporanea, con la bomba di Milano, scoppiarono altri ordigni, provocando 16 feriti, a Roma: una alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all'Altare della Patria: segno evidente di un disegno politico. Ma da Milano il prefetto Libero Mazza, su segnalazione dall'Ufficio affari riservati del Viminale, avvisò il presidente del Consiglio Mariano Rumor che si trattava sicuramente di gruppi anarcoidi!

La sera stessa della strage, intervistato da Tv7, Indro Montanelli, dichiaratamente di destra, ma carico di buon senso e di esperienza, espresse, in verità timidamente! dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici…

Il 12 dicembre 1969, era venerdì, proprio per l’imminenza delle feste e la fine della settimana, nell’operosa città, simbolo del boom italiano, che si era esaurito con la contestazione del ’68, la sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, era piena di clienti venuti soprattutto dalla provincia.

Gli altri istituti di credito chiusero alle 16:30, tuttavia vi erano ancora molte persone all'interno in attesa di completare le loro incombenze. L'esplosione avvenne alle ore 16:37, quando, nel grande salone dal tetto a cupola, scoppiò un ordigno contenente 7 chili di tritolo, uccidendo 16

persone e ferendone altre 87.

 

Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala.

La borsa fu recuperata ma l'ordigno, che poteva fornire preziosi elementi per l'indagine, fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa!!

Una terza bomba esplode a Roma alle 16:55 dello stesso giorno, nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro, con quella di via di San Basilio.

Altre due bombe esplodono a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all'Altare della Patria e l'altra all'ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia, per un totale di 16 persone ferite.

E si arriva, per quanto riguarda Milano, dove già si sono verificati depistaggi, false interpretazioni, atti incomprensibili ed inconcepibili, al fermo, divenuto una pagina di storia!, dell’anarchico Pinelli, ferroviere, già partigiano.

La notte successiva alla strage la polizia fermò 84 sospetti! tra i quali Pinelli, che venivano rilasciati man mano che il loro alibi veniva verificato. Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura a bordo del proprio motorino!

Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trova ancora nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, oltre che tre sottufficiali della polizia in forza all'Ufficio Politico, gli agenti Mucilli, Panessa, Smuraglia, Caracuta e Mainardi, ed un ufficiale dei carabinieri (in realtà era un agente del Sisdi, tenente Lo Grano), quando dalla finestra dell'ufficio dove stava avvenendo l'interrogatorio precipitò dal quarto piano in un'aiuola della questura. Fu portato all'ospedale Fatebenefratelli, ma ci arrivò già morto.

La prima versione data dal questore Marcello Guida, nella conferenza stampa convocata poco dopo la morte dell'anarchico, a cui parteciparono anche il responsabile dell'ufficio politico della questura dott. Antonino Allegra ed il Commissario Calabresi, fu di suicidio ("Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto", dalle dichiarazioni del questore), dovuto al fatto che il suo alibi si era rivelato falso, versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile. Secondo alcune versioni iniziali della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l'ormai celebre frase: «È la fine dell'anarchia!»

E’ difficile capire così chiaramente le frasi di un suicida che si getta dal quarto piano, di un ufficio dove alla vigilia del Natale di Milano fa troppo caldo!

Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero, oppure in prigione, ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni.

Ma non ci sono ripensamenti: il giorno successivo, 16 dicembre, in seguito alla comparsa di un testimone, un tassista, che morirà dopo poco di cancro, e che asserisce di aver portato alla banca un sopsetto, veniva arrestato Pietro Valpreda, e si crea subito il mostro anarchico, ballerino….che sarà poi, dopo anni ed anni di processi, spostati in tute le parti d’Italia, persino in Calabria! giudicato innocente.

Ma intanto si accredita un suicidio, per senso di colpa!  Smentito subito dopo!

Ed è entrato in scena un’altra vittima di questa enorme e sanguinaria farsa, il commissario Calabresi che ha trattenuto più del lecito l’anarchico che non c’entrava niente in questa losca storia, e che per questo verrà ucciso il 17 maggio 1972 da Sofri e compagni di Lotta Continua, aprendo un altro infinito capitolo di questa strage che è simile alle verità trovate su Dallas!

Nel Memoriale Moro, compilato dalle Brigate Rosse, deducendolo dall'interrogatorio cui lo sottoposero durante il sequestro, Aldo Moro avrebbe indicato come probabili responsabili della strage, così come in generale della strategia della tensione, rami deviati del SID in cui si erano insediati negli anni diversi esponenti legati alla destra, con possibili influenze dall'estero, mentre gli esecutori materiali erano da ricercarsi nella pista nera.

Le indagini vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti; furono fermate per accertamenti oltre un centinaio di persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma (tra i quali figura Pietro Valpreda) e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano (tra i quali figura Giuseppe Pinelli).

Il 16 dicembre , come abiamo già accennato, venne arrestato anche un altro anarchico, Pietro Valpreda, indicato dal tassista Cornelio Rolandi come l'uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre era sceso dal suo taxi in piazza Fontana, recando con sé una grossa valigia. Rolandi ottenne anche la taglia di 50 milioni di lire disposta per chi avesse fornito informazioni utili. Valpreda fu interrogato dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio che gli contestò l'omicidio di quattordici persone e il ferimento di altre ottanta.

Il giorno dopo il Corriere della Sera titolò che il «mostro» era stato catturato, e il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat indirizzò un assai discusso messaggio di congratulazioni al questore di Milano!

Lo stesso Partito Comunista Italiano era convinto che l'attentato fosse stato opera degli anarchici! Bettino Craxi ricorderà nel 1993 che il principale teste d'accusa contro Valpreda, il tassista Rolandi, era iscritto al PCI e questo avvalorò la sua deposizione tra molti esponenti del partito.

I processi

Il processo iniziò a Roma il 23 febbraio 1972, quindi oltre tre anni dopo! Dopo essere stato trasferito a Milano per incompetenza territoriale, fu spostato a Catanzaro per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto!! Dopo una serie di rinvii, dovuti al coinvolgimento di nuovi imputati (Franco Freda e Giovanni Ventura nel 1974, Guido Giannettini nel 1975) la Corte d'Assise condannò all'ergastolo Freda, Ventura e Giannettini, ritenuti gli organizzatori della strage.

Gli altri imputati, Valpreda e Merlino, furono assolti per insufficienza di prove ma condannati a 4 anni e 6 mesi per associazione sovversiva.

Ma la Corte d'Assise d'Appello assolse tutti gli imputati dall'accusa principale, confermando le condanne di Valpreda e Merlino, e condannò i due neo-fascisti a 15 anni, ma per gli attentati di Milano e Padova, compiuti tra l'aprile e l'agosto del 1969: la Cassazione confermò l'assoluzione per Giannettini e ordinò un nuovo processo per gli altri quattro imputati!

Il nuovo dibattimento cominciò il 13 dicembre 1984 (!) presso la Corte d'assise d'appello di Bari e si concluse il 1º agosto 1985 con l'assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove: il 27 gennaio 1987 la Cassazione rese definitive le assoluzioni per strage, condannando soltanto alcuni esponenti dei servizi segreti italiani (il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna) per aver depistato le indagini!

Una nuova istruttoria, aperta a Catanzaro, portò a processo i neo-fascisti Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, accusati di essere rispettivamente l'esecutore e il basista: il 20 febbraio 1989 entrambi gli imputati furono assolti per non aver commesso il fatto (l'accusa aveva chiesto l'ergastolo per Delle Chiaie e l'assoluzione per insufficienza di prove per Fachini). Il 5 luglio 1991, al termine del processo d'appello, fu confermata l'assoluzione di Delle Chiaie.

Negli anni Novanta, l'inchiesta del giudice Guido Salvini affacciò anche un'ipotesi di connessione col fallito Golpe Borghese e raccolse le dichiarazioni di Martino Siciliano e Carlo Digilio, ex neo-fascisti di Ordine Nuovo, i quali confessarono il proprio ruolo nella preparazione dell'attentato, ribadendo le responsabilità di Freda e Ventura; in particolare, Digilio sostenne di aver ricevuto una confidenza in cui Delfo Zorzi gli raccontava di aver piazzato personalmente la bomba nella banca. Zorzi, trasferitosi in Giappone nel 1974, divenne un imprenditore di successo. Ottenne la cittadinanza giapponese che gli garantì poi l'immunità all'estradizione.

Il nuovo processo cominciò il 24 febbraio 2000 (!) a Milano. Il 30 giugno 2001 furono condannati all'ergastolo Delfo Zorzi (come esecutore della strage), Carlo Maria Maggi (come organizzatore) e Giancarlo Rognoni (come basista).

Carlo Digilio ottenne la prescrizione del reato per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli per il suo contributo alle indagini, mentre Stefano Tringali fu condannato a tre anni per favoreggiamento).

Il 12 marzo 2004 furono cancellati i tre ergastoli (e ridotta la condanna di Tringali da tre anni a uno) e il 3 maggio 2005 la Corte suprema di cassazione ha confermato la sentenza (dichiarando prescritto il reato di Tringali).

Al termine del processo, nel maggio 2005 ai parenti delle vittime sono state addebitate le spese processuali!

La Cassazione, assolvendo i tre imputati, ha tuttavia affermato che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987!

 

E giustizia è fatta.


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