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Accadde oggi, 7 Dicembre: 1895, la Battaglia dell'Amba Alagi - Il proditorio attacco di Pearl Harbour e l'ingresso in guerra degli Stati Uniti!

7 dic Ras Mekonnen Amba Alage 2 2

Appena formata da pochi anni, l'Italia s'immischiava nei fatti coloniali africani, così lontani da noi, che non avevano nè mentalità, nè esercito per simili imprese, nelle quali sprecammo energie, vite ed un mare di soldi: tutte risorse indispensabili per modernizzare un paese con l'80% di analfabeti e arretratezze non tanto dissimili da coloro che pretendevamo di schiavizzare e che ci sconfissero sonoramente.

di Daniele Vanni

 

La Battaglia dell'Amba Alagi fu una celebre battaglia avvenuta su questo monte, durante la guerra di Abissinia, nell'acrocoro etiope (un altipiano con le pareti estremamente scoscese).

Il 7 dicembre 1895 il presidio italiano, comandato dal maggiore Pietro Toselli, composto da 2.300 uomini tra nazionali ed indigeni, venne assalito da circa 30.000 abissini: nello scontro, le forze italiane vennero completamente annientate.

Per onorare i caduti di questa sanguinosa battaglia, gli ascari (la fanteria coloniale italiana) del IV Battaglione indigeni (intitolato allo stesso Toselli) portarono da quel momento la fascia nera in segno di lutto.

L’Italia era uno stato unitario da appena sette-otto anni e già scaldava i motori per diventare una “potenza coloniale”!

Quella che noi italiani abbiamo definito Eritrea (cioè terra che si affaccia sul Mar Rosso) per secoli sotto il dominio musulmano poi ottomano, quindi egiziano, nonostante che l’interno subisse l’influenza dell’Impero Etiopico, era retto da sultanati. Con uno di questi un missionario (le cose italiane sono le più strambe al mondo!) cercò di acquisire per lo stato italiano un porto, la Baia di Assab per conto della società Rubattino di Genova. Quella che aveva fornito le navi, prima a Pisacane e poi a Garibaldi per la bella impresa di conquistare un sud che non aveva niente a che fare con il Piemonte sabaudo. Rubattino che poi aveva finto che quelle navi gli fossero state rubate, ma che poi, rimborsato ampiamente, aveva anche assunto al vertice il genero dell’Eroe dei Due Mondi, giacchè forse quello che veramente, nel profondo, unisce l’Italia è il clientelismo!

Adesso il “mecenate” delle ardite imprese, che erano studiate e protette dalla massoneria inglese (e anche francese) per colpire Borboni e Austriaci, non con truppe da sbarco, ma attraverso un missionario metteva una testa di ponte in Africa! E dopo poco si trattava per la città di Massaua. Tanto che allargati oggi, espanditi domani, a forza di acquisti, prebende, piccole forzature, nel 1890 avevamo la prima colonia, l’Eritrea Italiana!

Per far questo, l’anno prima, attraverso un ambasciatore “pasticcione” o forse comandato a fare un pasticcio! avevamo stipulato un accordo, importante anche dal punto di vista economico con il negus Menelik II, imperatore d’Etiopia, per garantirci intanto l’influenza esclusiva sull’Eritrea, cercare un alleato in quella terra di ras, negus, sultani, e poi chissà…

Fatto sta che per noi il Trattato di Ucciali, era estendere una sorta di protettorato su un territorio, l’Etiopia, appunto, più di sei volte l’Italia e dove si erano scornati anche recentemente eserciti inglesi e statunitensi. E noi avevamo anche aiutato Menelik a salire al potere dopo la sconfitta di Dogali con l’annientamento di una colonna di 550 soldati in aiuto di altri 700 ridotti quasi alla resa, contro il predecessore abissino, l’Imperatore etiope Giovanni IV.

Adesso l’Etiopia chiedeva di stendere le carte in tavolo e fu guerra.

La guerra di Abissinia (Abissinia era l'antico nome dell'odierna Etiopia), nota anche come prima guerra italo-etiopica o campagna d'Africa orientale, fu un conflitto militare combattuto tra il dicembre del 1895 e l'ottobre del 1896 tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Etiopia.

La sconfitta delle forze armate del Regno d'Italia ad opera di Menelik II portò alla firma della trattato di Addis Abeba, con cui veniva riconosciuta la piena indipendenza dell'Etiopia.

Tre furono gli episodi salienti di questa prima sconfitta dell’Italia appena appena formata e che invece di combattere i tanti problemi interni, di un paese totalmente o quasi agricolo, con oltre l’80% di analfabeti, si metteva a scimmiottare potenze con ben altra storia!

La Battaglia dell’Amba Alagi, l’assedio di Macallè ed Adua.

 

La montagna dell'Amba Alagi si trova nella regione di Tigrè, ed è posta sulla principale via che collega l'Etiopia all'Eritrea, all'epoca una colonia italiana; per via della sua posizione strategica, la montagna era stata temporaneamente occupata, nell'ambito dell'invasione italiana del Tigrè, il 13 ottobre 1895 da un contingente di truppe al comando del generale Giuseppe Arimondi, nominato poi comandante delle forze italiane dislocate nella regione.

Il 16 novembre, informato che un grosso esercito etiope al comando del negus Menelik si stava ammassando ai confini della regione, Arimondi inviò sulla montagna, con compiti di osservazione e presidio, una compagnia del III Battaglione indigeni, al comando del capitano Persico, rinforzandola il 24 novembre con un contingente più numeroso, composto dal IV Battaglione indigeni (4 compagnie), una serie di bande irregolari eritree al comando di ras Sebath e Scech Thala, e una batteria di artiglieria con quattro cannoni 7 BR Ret. Mont., il tutto posto al comando del maggiore Pietro Toselli; in totale, il maggiore poteva contare su 2.350 uomini, tra italiani ed indigeni del Regio corpo truppe coloniali d'Eritrea.

Il 27 novembre Toselli si spinse in ricognizione con un piccolo distaccamento, verso il villaggio di Belagò, a nord di Mai Cèu, da dove la sera del 28 avvistò i fuochi di un grosso accampamento: si trattava dell'avanguardia del principale esercito etiope, forte di 30.000 uomini posti al comando del cugino del negus, ras Mekonnen Welde Mikaél.

Toselli ripiegò sul villaggio di Atzalà, più vicino all'Amba Alagi, inviando anche il 30 novembre un messaggio ad Arimondi ed informandolo dell'avvistamento. Arimondi ritrasmise il messaggio di Toselli al comandante in capo delle truppe italiane in Eritrea, generale Oreste Baratieri, da poco tornato nella colonia dopo un viaggio in Italia, ed iniziò a radunare truppe nella città di Macallè.

Il 1º dicembre, gli avamposti italiani ad Atzalà scambiarono alcuni colpi con le truppe di testa della colonna di Mekonnen, dando così inizio alle ostilità. Conscio della schiacciante inferiorità numerica, Toselli fece ripiegare tutte le sue truppe sull'Amba Alagi, il 4 dicembre, chiedendo istruzioni ad Arimondi. Il generale ordinò di mantenere la posizione ed informò Toselli che il 6 dicembre sarebbe giunto egli stesso con un contingente di rinforzo, ma il 5 dicembre Arimondi ricevette l'ordine da Baratieri di non muoversi da Macallè e di far ripiegare sulla città il contingente di Toselli, mantenendo il contatto con il nemico; il messaggio con l'ordine di ripiegamento non raggiunse mai Toselli, che, ubbidendo al precedente ordine di resistere in attesa dei rinforzi, si preparò al combattimento sull'Amba.

La battaglia

Prevedendo di combattere il giorno seguente, la sera del 6 dicembre Toselli dispose le sue truppe a difesa del versante sud dell'Amba: sulla sinistra, a difesa del passo di Falgà, vennero schierate le bande irregolari di ras Sebath con, in appoggio, la compagnia ascari del capitano Issel, mentre la compagnia del capitano Canovetti venne posta più avanti, in direzione di Atzalà, a difesa del passo Alangi; al centro, in una spianata a sud-ovest della vetta dell'Amba, vennero schierate la batteria d'artiglieria e la compagnia del capitano Persico, con dietro, in riserva, le compagnie dei capitani Ricci e Bruzzi Alieti; sulla destra, a difesa del colle Togorà, vennero poste le bande irregolari di Scech Thala e del tenente Volpicelli.

La battaglia ebbe inizio alle 6:30 del 7 dicembre, quando una colonna etiope attaccò frontalmente le posizioni della compagnia Canovetti, venendo respinta con gravi perdite.

Poco dopo, una colonna etiope guidata da ras Oliè, compiendo una manovra aggirante, si abbatté sulla banda di ras Sebath, presso il passo di Falgà, obbligandola a ripiegare sulla posizione tenuta dalla compagnia ascari di Issel; la posizione di Issel, rinforzata dalla compagnia di Canovetti accorsa in appoggio, venne investita da grossi contingenti nemici, ma riuscì a resistere. Verso le 9:00, Toselli inviò in appoggio all'ala sinistra la compagnia ascari di Ricci, che giunse giusto in tempo per respingere un nuovo attacco condotto dalle truppe di ras Mekonnen e ras Mikael.

Verso le 10:00 gli etiopi impiegarono il grosso delle forze, attaccando la destra italiana con i contingenti di ras Alula Engida e ras Mangascià, il centro con le truppe di ras Mekonnen e ras Mikael, e la sinistra italiana di nuovo con le truppe di ras Oliè.

Pressato da tre lati, alle 12:30 Toselli ordinò alle truppe dell'ala sinistra di ripiegare a ridosso dell'Amba, mentre le salmerie venivano predisposte per la ritirata generale attraverso il colle Togorà, sotto la protezione di una centuria al comando del tenente Pagella.

Alle 12:40 Toselli diede ordine di iniziare la ritirata a scaglioni, sotto la protezione della compagnia del ten. Carlo Bruzzi Alieti; ben presto però le masse etiopi, in schiacciante superiorità numerica, furono in grado di dilagare sulla spianata davanti la vetta dell'Amba, travolgendo le truppe di Bruzzi ivi attestate.

Quando anche la resistenza delle bande dell'ala destra cedette, la ritirata si trasformò in una fuga disordinata, e i reparti italiani furono annientati.

Il maggiore Toselli, che procedeva in coda alla colonna in ritirata insieme ai capitani Canovetti, Persico e Angherà, venne ucciso dagli etiopi con i suoi ufficiali nei pressi della chiesa di Endà Medàni Alèm (o di Bet Mariàm).

Il contingente di Toselli venne quasi completamente annientato, con la perdita di 19 ufficiali e 20 graduati e soldati italiani, e di circa 2.000 tra ascari ed irregolari.

I pochi superstiti, guidati ora dai tenenti Pagella e Bodrero, raggiunsero alle 16:30 il villaggio di Adrerà, dove trovarono una colonna di 1.500 ascari italiani guidati dal generale Arimondi, partita la sera del 6 dicembre da Macallè per appoggiare il previsto ripiegamento di Toselli; raccolti i superstiti, la colonna, sotto attacco da parte degli etiopi, ripiegò in direzione di Macallè, ove giunse all'alba del giorno dopo.

Su questa stessa montagna, ci sarà un’altra dolorosissima sconfitta per gli Italiani, questa volta ad opera degli Inglesi, con la cattura dell’Eroe dell’Amba Alagi, Amedeo d’Aosta, Vicerè d’Etiopia, che si consegnerà al nemico con l’onore straordinario delle armi, proprio uscendo da Forte Toselli!

Ma qui siamo già in un altro bagno di sangue, più moderno!

 

 

 

Attacco di Pearl Harbor

 

Data  7 dicembre 1941

Luogo        Pearl Harbor (Hawaii, USA)

Esito: distrutta la flotta del Pacifico degli Usa, meno le portaerei! 2500 morti. Ingresso degli USA nella Seconda Guerra Mondiale

Dichiarazione di guerra degli Stati Uniti all'Impero giapponese

Dichiarazione di guerra di Germania e Italia agli Stati Uniti

Schieramenti

Giappone Impero giapponese        Stati Uniti Stati Uniti

Comandanti

Chūichi Nagumo

Isoroku Yamamoto      Husband Kimmel

Walter Short

Isaac Kidd †

Effettivi

6 portaerei

2 corazzate

2 incrociatori pesanti

1 incrociatore leggero

9 cacciatorpediniere

8 navi-cisterna

23 sommergibili

5 sommergibili tascabili

389 aerei   8 corazzate

8 incrociatori

30 cacciatorpediniere

4 sommergibili

49 navi di altro genere

387 aerei

Perdite

4 sommergibili tascabili affondati

1 sommergibile tascabile arenato

29 aerei distrutti

55 avieri e 9 sommergibilisti morti ed uno catturato.

5 corazzate affondate e 3 danneggiate

2 cacciatorpediniere affondati

e uno danneggiato

una nave di altro genere affondata e 3 danneggiate

3 incrociatori danneggiati

188 aerei distrutti e 155 danneggiati

2.402 militari morti

1.247 militari feriti

57 civili morti e 35 feriti

L'attacco di Pearl Harbor (nome in codice "operazione Z", ma conosciuto anche come "operazione Hawaii" o "operazione AI") fu un'operazione, un attacco proditorio, assai sconsiderato e naturalmente prima concordato con Hitler  e quindi anche Mussolini! che ebbe luogo il 7 dicembre 1941 nella quale forze aeronavali giapponesi attaccarono, senza dichiarazione di guerra, anzi: il giorno prima il Presidente aveva simbolicamente “allungato una mano di pace” verso il Giappone! la flotta e le installazioni militari statunitensi stanziate nella base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.

L'operazione fu attuata in assenza della dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco iniziato, e provocò l'ingresso nella seconda guerra mondiale degli Stati Uniti, dove si sviluppò nell'opinione pubblica un forte sentimento di riprovazione e di odio verso il Giappone. Il presidente Franklin Delano Roosevelt parlò di Day of infamy (giorno dell'infamia).

Sarebbe molto bello la storia ci spiegasse le considerazioni, che, come nella Prima Guerra Mondiale, l’azione dei sommergibilisti tedeschi e l’affondamento del Lusitania, portarono alla sconfitta degli Imperi Centrali, perché adesso si ripeteva lo stesso tragico “errore”!!

L'attacco fu concepito e guidato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto, il quale al momento dell'attacco si trovava nella baia di Hiroshima (e forse da qui la decisione poi di sganciare la prima bomba atomica della tsoie, proprio in questa baia!!) a bordo della corazzata Nagato, con lo scopo di distruggere la flotta statunitense del Pacifico.

L'operazione fu un successo, limitato solo dal mancato affondamento delle portaerei che al momento dell'attacco non erano in porto; in poco più di un'ora, i 350 aerei partiti dalle portaerei giapponesi inflissero pesanti danni alla flotta del Pacifico: una corazzata saltò in aria, una si capovolse, altre tre furono affondate; molte altre navi furono colpite.

 I danni inflitti alla flotta statunitense permisero al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico ed aprirono la strada alle successive vittorie nipponiche, prima che gli Stati Uniti riuscissero ad allestire una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.

Non si capisce chi poteva pensare che la più grande industria mondiale, avrebbe subito questo colpo senza reagire e riprendersi! In pochi mesi, gli USA erano capaci (come Venezia nel suo arsenale qualche secolo prima, sotto l’urgenza della Battaglia di Lepanto!) di varare una nave al giorno!

Solo la pazzia o la paranoia di certi imperatori o dittatori e di certi generali ed ammiragli, poteva pensare che la guerra vivesse senza un’industria pesante alle spalle!!

Galeazzo Ciano che forse pagò anche questo con la fucilazione, nelle sue visite in America, aveva, forse troppo sommessamente o volutamente inascoltato, di aver visto un paese dove nelle case già si aveva la lavatrice o il televisore…

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