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Accadde oggi, 10 Novembre: 1871, il giornalista Stanley ritrova il Dott. Livingstone misteriosamente scomparso in Africa - 1938, muore Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna

10 nov Ataturk1930s

Eroe di guerra ed eroe politico: ha saputo creare la Turchia moderna, facendola sopravvivere alla fine dell’Impero Ottomano, sconfessando l’Islam integralista, ma restando musulmano! Creò una moderna repubblica da un impero in disfacimento, governando come un re! Un genio!

"Dr. Livingstone, I presume!" si dice abbia detto Stanley, quando lo trovò dopo due anni di ricerca. Anche se la formula più famosa del giornalista che ritrova questo strano medico disperso in un'Africa che poco e male forse conosceva, quella della vulgata, è: "dr. Livingstone, I suppose!".

di Daniele Vanni

 

Mustafa Kemal Atatürk (Salonicco, 19 maggio 1881 – Istanbul, 10 novembre 1938) è stato un grande militare e politico turco, fondatore e primo Presidente della Turchia (1923-1938).

È considerato l'eroe nazionale turco, e padre della Turchia moderna.

Non c’è negozio, edificio pubblico o privato o banchetto del bazar, a Costantinopoli come in tutta la Turchia,  che non abbia esposta l a foto di Ataturk!

L'infanzia e gli anni giovanili (1881 - 1905)

Mustafa Kemal nasce all'inizio del 1881 nella Salonicco ottomana (Selanik, oggi Tessalonica, Grecia).

La sua casa natale non è certa: una casa del distretto di Koca Kasım Pasha, in via Islahhane (oggi via Apostolou Pavlou) è oggi preservata come suo museo. Ma secondo altre fonti potrebbe essere nato nel distretto Ahmed Subaşı.

Il padre, Ali Rıza Efendi (presumibilmente nato nel 1839 a Salonicco) era un ufficiale dell'esercito e commerciante di legnami; la madre Zübeyde Hanım si occupava della casa e della famiglia.

Dalla coppia nacquero sei figli, di cui i primi tre morirono in tenera età a causa della difterite: Fatma (nata nel 1872, morta nel 1875), Ahmet (nato nel 1874, morto nel 1883), Ömer (nato nel 1875, morto nel 1883), Mustafa (Kemal Atatürk), Makbule (nata nel 1885, morta nel 1956 - unica sopravvissuta fino ad età adulta) e Naciye (nata nel 1889, morta nel 1901 di tubercolosi).

 Secondo alcuni, la famiglia di Mustafa Kemal era musulmana, di lingua turca e di classe medio-bassa.

Secondo altre fonti, gli antenati di Ali Riza erano turchi del villaggio di Söke nella provincia di Aydın in Anatolia.

Si ritiene che la madre di Mustafa, Zübeyde, fosse di origine turca, e con antenati Yörük.

 Per via della numerosa comunità ebraica di Salonicco nel periodo ottomano, molti degli oppositori islamisti di Atatürk hanno sostenuto che egli avesse antenati Dönmeh, ossia ebrei convertiti all'Islam.

Tuttavia, è certo che i suoi nonni non erano di Salonicco, e la sua famiglia si era trasferità nella città - il maggiore centro della Rumelia ottomana - nel tardo XIX secolo da altre province ottomane.

Secondo alcuni, addirittura, la carnagione chiara, capelli biondi e occhi azzurri di Atatürk farebbero presumere antenati slavi, numerosi nella regione.

La carriera militare

Mustafa Kemal Pascià, Comandante della 7ª armata in Palestina (1918)

Ufficiale dell'esercito, aderì nel 1908 al movimento dei "Giovani Turchi" dove fu un quadro di media rilevanza prima della Grande Guerra. Nel 1912 prese parte alla guerra italo-turca, combattendo e venendo ferito in Tripolitania.

Fu un brillante generale durante il primo conflitto mondiale; assieme al generale tedesco Liman von Sanders (la Germania era alleata dell'Impero ottomano), ottenne nel 1915 una schiacciante vittoria contro le forze da sbarco alleate durante la battaglia di Gallipoli, nella quale Kemal si distinse particolarmente; per questo il 22 agosto di quell'anno fu promosso Pascià (generale).

 

Lanciata nella primavera del 1915, la campagna di Gallipoli resta uno dei disastri militari più eclatanti degli eserciti alleati durante la Prima Guerra Mondiale. L'operazione di Gallipoli, destinata a conseguire il controllo dello stretto dei Dardanelli e la capitolazione dell'Impero ottomano, alleato della Germania, si conclude con delle perdite militari pesanti ed una ritirata decisamente poco gloriosa. Se il ruolo di Churchill nella concezione dell'attacco a Gallipoli è ben definito, la sua responsabilità nella organizzazione e nella condotta delle operazioni rimane molto più controversa. In ogni caso la sconfitta di Gallipoli ha intaccato sensibilmente e durevolmente la reputazione del suo ideatore.

Winston Churchill, quarantenne nel 1915, occupa dal 1911 la carica di primo Lord dell'Ammiragliato, l'equivalente di un ministro della Marina, nel governo del liberale Asquith. Egli propugna senza sosta la necessità di dare alla flotta britannica un ruolo importante nella condotta delle ostilità. La Gran Bretagna, a quel tempo, è ancora la dominatrice dei mari. Occorre che la Nazione si serva della sua marina da guerra, non solo per trasportare le truppe sul continente, ma per distruggere la flotta nemica ed affrettare la fine della guerra.

Il 1° novembre 1914 l'Impero ottomano entra in guerra a fianco delle Potenze Centrali. Churchill, di fronte allo stallo sul teatro d'operazioni europeo e perché - per usare le sue stesse parole - i soldati britannici "smettano di masticare del filo spinato nelle Fiandre", progetta di aprire un nuovo fronte. L'obiettivo è quello di impadronirsi dello stretto dei Dardanelli, un'imboccatura di una sessantina di chilometri di lunghezza che collega il Mar Egeo ed il Mar di Marmara e da lì risalire fino a Costantinopoli e costringere l'Impero ottomano ad abbandonare la lotta.

Le ostilità hanno inizio il 19 febbraio 1915 con una serie di bombardamenti, poi proseguono il 18 marzo con un assalto navale, quando diverse navi da guerra alleate entrano in azione nello stretto. Nella manovra, la corazzata francese Bouvet e le corazzate britanniche, Irresistibile ed Ocean, saltano su una barriera di mine allestita nella notte precedente da parte dei Turchi. Altre navi minori, colpite dall'artiglieria turca, colano a picco o restano gravemente danneggiate. Nonostante l'impiego di dragamine, nessuna delle due barriere di mine riconosciute è stata eliminata. Inoltre, l'azione delle navi alleate preannuncia alle truppe ottomane l'imminenza di un possibile sbarco e di una successiva offensiva terrestre. L'esercito turco a Gallipoli, comandato dal giovane colonnello Mustafà Kemal (il futuro Ataturk), ha tutto il tempo di prepararsi all'assalto alleato.

Cinque settimane più tardi, il 25 aprile 1915, diverse migliaia di soldati britannici, francesi, australiani e neozelandesi sbarcano sulla penisola di Gallipoli, su cinque spiagge scelte senza sapere bene le difese turche!

Le spiagge si trasformano rapidamente in un immenso carnaio, il cui odore, presto insopportabile, arriva persino sulle navi che sono all'ancora al largo. A causa del calore e di condizioni d'igiene deplorevoli, si sviluppa una epidemia di febbri tifoidi e di dissenteria. Il gran numero di cadaveri non seppelliti attira miriadi di mosche. Inoltre, per mancanza di imbarco possibile su navi ospedale, i feriti non vengono più neanche curati. La situazione diventa talmente intollerabile che alla metà di maggio i combattenti concludono una tregua di qualche ora per seppellire i loro morti.

Per diversi mesi, i soldati alleati sono costretti a vivere rintanati nelle trincee o in ricoveri scavati nel fianco della collina. Ogni tentativo di allentare la morsa si conclude con delle pesanti perdite. Così come sbarchi, assai caotici di truppe di varia nazionalità, in più punti diversi.

A Londra, il fallimento dell'operazione provoca una grave crisi politica, che porta alle dimissioni di Lord Fisher, il Primo Lord del Mare (Capo di Stato Maggiore della Flotta). Churchill perde il suo posto di Primo Lord dell'Ammiragliato a richiesta dei conservatori, che ne fanno una "conditio sine qua non" per il loro ingresso nella coalizione governativa. Assumendo il titolo, puramente onorifico, di Cancelliere del Ducato di Lancaster. Le truppe vengono evacuate: il 18 ed il 19 dicembre 1915 per l'area di Suvla e l'8 ed il 9 gennaio 1916 per le truppe sbarcate su capo Helles.

In totale, la battaglia dei Dardanelli o di Gallipoli ha fatto 46 mila morti ed 86 mila feriti nei ranghi degli Alleati. L'operazione ha causato indirettamente la morte di 258 mila soldati per malattia.

Una commissione d'inchiesta viene incaricata agli inizi del 1916 di fare luce su questo disastro umano. Durante questo periodo, Churchill viene designato regolarmente come il principale responsabile della sconfitta.

egli indirizza una lunga lettera alla commissione d'inchiesta. Dal suo punto di vista, l'opinione pubblica britannica si è mostrata ingiusta nei confronti di quelli che hanno pianificato e condotto le operazioni. E' mancato poco, a suo dire, perché l'operazione avesse successo: una decina di battelli supplementari, qualche divisione in più e la conquista dello stretto dei Dardanelli avrebbe provocato la caduta di Costantinopoli ed, a corto termine, la fine della guerra. "Fra qualche anno, verrà espresso un altro giudizio su questi avvenimenti", afferma lo statista.

Nello stesso 1916, Ataturk fu inviato nel fronte caucasico dove combatté contro le forze russe al comando del XVI corpo d'armata, e anche lì ottenne successi militari, riconquistando Muş e Bitlis.

Nel 1918 combatté in Palestina al comando della 7. Armata, di stanza a Nablus. Nel settembre le truppe alleate, più numerose, sfondarono nella battaglia di Megiddo.

 

La guerra greco-turca

 

Con la sconfitta, a seguito dell'armistizio che prevedeva lo smembramento dell'Impero ottomano, gli alleati insieme con i greci occuparono Costantinopoli e l'Anatolia occidentale.

Atatürk fu allora promotore del nazionalismo turco: fu Primo ministro della Turchia dal maggio 1920 al gennaio 1921 e, dall'aprile 1920, presidente della Grande Assemblea Nazionale Turca di Ankara (1920). Sconfiggendo i greci (1919-22) e l'esercito del Califfo, ristabilì l'unità e l'indipendenza della Turchia.

La nascita di una repubblica

Quindi depose il sultano Maometto VI (1922), divenne Leader del Partito Popolare Repubblicano, fondò la Repubblica turca, e fu il primo Presidente della Turchia dal 29 ottobre 1923.

Diede vita a una serie di riforme fondamentali dell'ordinamento della nazione, sulla base di un'ideologia di chiaro stampo occidentalista, nazionalista e avversa al clero musulmano, che da lui prese il nome di kemalismo.

Abolì il califfato e pose le organizzazioni religiose sotto il controllo statale, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, la domenica come giorno festivo, proibì l'uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal governo dell'AKP), adottò l'alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e proibì l'uso del Fez e del turbante, troppo legati al passato regime, così come la barba per i funzionari pubblici e i baffi alla turca per i militari. Egli stesso prese a vestire in abiti occidentali, ma mantenne temporaneamente l'Islam come religione di Stato, per non turbare eccessivamente i turchi più religiosi.

 

In ambito giuridico, abrogò ogni norma e pena che poteva ricollegarsi alla legge islamica, promulgò un nuovo codice civile, che aveva come modello il codice civile svizzero, e un codice penale basato sul codice italiano dell'epoca, ma mantenne la pena di morte.

Al fine di garantire la stabilità e la sicurezza dello Stato, istituì tuttavia un sistema autoritario, fondato sul partito unico, che sarebbe rimasto in vigore fino a dopo la sua morte.

Inoltre, secondo la costituzione kemalista, a guardia della laicità contro i possibili tentativi dei movimenti islamici, venne posto l'esercito stesso, autorizzato a colpi di stato per difendere la secolarizzazione. Nonostante la Turchia fosse rimasta intrinsecamente conservatrice, soprattutto a livello popolare, le riforme di Mustafa Kemal la avvicinarono sensibilmente all'Europa.

Si registrarono però fenomeni di repressione delle opposizioni e pesanti violenze contro i curdi.

 Egli espresse la sua aperta disapprovazione verso l'Islam:

« Per quasi cinquecento anni, queste regole e teorie di un vecchio arabo e le interpretazioni di generazioni di religiosi pigri e buoni a nulla hanno deciso il diritto civile e penale della Turchia. Loro hanno deciso quale forma dovesse avere la Costituzione, i dettagli della vita di ciascun turco, cosa dovesse mangiare, l’ora della sveglia e del riposo, la forma dei suoi vestiti, la routine della moglie che ha partorito i suoi figli, cosa ha imparato a scuola, i suoi costumi, i suoi pensieri e anche le sue abitudini più intime. L’Islam, questa teologia di un arabo immorale, è una cosa morta. Forse poteva andare bene alle tribù del deserto, ma non è adatto a uno Stato moderno e progressista. La rivelazione di Dio! Non c’è alcun Dio! Ci sono solo le catene con cui preti e cattivi governanti inchiodano al suolo le persone. Un governante che abbisogna della religione è un debole. E nessun debole dovrebbe mai governare. »

(Mustafa Kemal Atatürk)

Cambiò il suo nome da Mustafa Kemal (Kemal fu aggiunto da un suo insegnante, il suo nome di nascita era solo Mustafa, a cui si aggiungeva il patronimico) a Mustafa Kemal Pascià, poi Kemal Atatürk ed infine Kamâl Atatürk.

Atatürk ("Padre dei Turchi") fu il cognome - assegnato esclusivamente a lui con apposito decreto - che nel 1934 il Parlamento della Repubblica, in base alla "Legge sul cognome", attribuì a Mustafa Kemal quando egli fece adottare regolari cognomi di famiglia, assenti nella tradizione turco-ottomana (tranne per le minoranze cristiane e giudaiche), come era invece l'uso del mondo orientale.

La morte e l'eredità politica

« Il capo immortale e l'eroe senza rivali »

(Preambolo della Costituzione della Repubblica Turca.)

Mustafa Kemal morì di cirrosi epatica nel 1938 nel Palazzo Dolmabahçe, situato sulla riva del Bosforo, nel quartiere Beşiktaş di Istanbul e le sue spoglie riposano nell'Anıtkabir, mausoleo appositamente costruito per lui ad Ankara, capitale dello Stato repubblicano che egli contribuì in modo decisivo a creare.

Quella che guidò è spesso citata come esempio di rivoluzione nazionalista che trasforma una monarchia in una repubblica. La sua politica estera è riassumibile per sommi capi in una frase da egli pronunciata: "pace in casa, pace nel mondo".

Influenzò sia Mussolini, che nel periodo della Marcia su Roma si definiva "il Mustafa Kemal di Milano", che Hitler al tempo del Putsch di Monaco. Però, benché fosse lontanissimo dall'ideologia marxista, e anzi sostenesse l'inesistenza della questione di classe, i rapporti tra Mustafa Kemal e Lenin furono improntati a grande rispetto, e anche in seguito il buon vicinato con l'URSS fu tra i cardini della politica estera kemalista. Le ragioni di questa scelta diplomatica sono da rintracciare, più che in affinità politiche, nel sostegno che l'Unione Sovietica concesse a Kemal durante la guerra di liberazione dall'occupazione degli Alleati, che consisteva principalmente nella fornitura di oro e di armamenti, nonché aiuti economici.

Atatürk è tuttora oggetto in Turchia di una religione civile.

L'insulto alla sua persona è un vero e proprio reato.

Nonostante ciò, l'allora primo ministro islamista Recep Tayyip Erdoğan, nel varare nel 2013 una legge più restrittiva sull'alcol, si riferì all'estensore della legge che legalizzava le bevande alcoliche come a "un ubriaco". Ciò ha suscitato vive proteste dell'opposizione, in quanto il riferimento era evidentemente ad Atatürk, consumatore di bevande alcoliche al punto di morire di cirrosi epatica, che fu colui che promulgò la normativa durante la sua presidenza.

Questo riformatore ha lasciato una profonda e controversa eredità.

Ma certo, la Turchia, potenza moderna, che punta, proprio per il suo laicismo, a porsi a capo del mondo islamico, gli deve moltissimo. L’Impero Turco gli deve la possibilità di averla generata: una repubblica, potenza intenazionale e forze mondiale se saprà condurre a sè il mondo islamico medioorientale che già possedeva!

 

 Il giornalista Stanley ritrova il Dott. Livingstone misteriosamente scomparso in Africa

 

Stanley racconta: "Sarei corso da lui, ma ero intimorito dalla presenza di una tale folla - lo avrei abbracciato, ma non sapevo come mi avrebbe ricevuto; così feci ciò che codardia morale e falso orgoglio suggerivano essere la cosa migliore - camminai decisamente verso di lui, mi tolsi il cappello, e dissi: "Dr. Livingstone, I presume?".

E così, per l’imbarazzo, pronunciò una delle frasi divenute più celebri nella storia! Perché?

Perché Livingstone (che potremmo tradurre con: pietra vivente!) incarna, come esploratore, missionario, medico (ed in quell’Età particolarissima della civiltà britannica ed europea che è detta Vittoriana) molto più e per di più nella realtà! La voglia di indagare, di esplorare, di scoprire che Indiana Jones ha banalizzato e reso un fumetto nella finzione filmica!

Qui si tratta della “civiltà” europea, “bianca”, uno degli imperi del mondo, all’epoca il più forte a livello planetario, anche se i più avvertiti sanno che la “colonia” Stati Uniti sta crescendo ad altri ritmi, impensabili per l’Europa, che, stanca, si avvierà alla catastrofe di una guerra mondiale che ne cancellerà il primato culturale per sempre! questa cultura europea, sorta dalla Grecia e da Israele, da Roma, da Parigi ed ora da Londra, che torna, - inconsapevole! - perché Lucy e al Rift Valley verranno conosciute come culla dell’umanità solo fra un secolo! - verso le radici dell’uomo! Cioè di se stesso, ma anche di noi tutti! Con un richiamo, allora inconsapevole, che veniva definito: “mal d’Africa!”, capace di colpire anche chi non vi era stato personalmente, ma atraverso qualche…antenato!

Scozzese come Shean Connery o Breave Hart, David Livingstone, medico e poi missionario ed esploratore, partì pochi anni prima che Darwin iniziasse il suo viaggio in nave intorno al mondo, che doveva rendere la storia dell’uomo per sempre diversa. 

Con grande afflato religioso e missionario, (aveva studiato medicina e teologia per andare in Cina!) decise poi per l’Africa dopo che aveva sposato le figlia di un missionario nel continente nero.

Suocero, che ci mise poco a convincere il genero a trasferirsi nel Botswana, allora protettorato britannico, dove Livingstone era convinto d’incrementare i commerci, (che lo spirito non è mai separato dalla materia!) – e infatti, nelle sue spedizione successive, ci furono anche accuse di malversazioni e furti.

Sì perché dopo aver vissuto alcuni anni in Africa con la moglie ed essere rientrato in patria, partì verso l'entroterra africano, ad esplorare il corso del fiume Zambesi, dove tra l’altro scoperse le cascate Vittoria, cui diede il nome dell'allora Regina d'Inghilterra.

Livingstone fu così uno dei primi europei a fare un viaggio transcontinentale attraverso l'Africa.

Lo scopo era quello di aprire nuove vie commerciali, e di accumulare informazioni utili sul continente africano. In particolare, Livingstone era un sostenitore (in un binomio, poi non così strano in certi missionari! che non capiscono o non vogliono capire che la fede, quando è veramente tale, va vissuta intimamente, in silenzio, come un fatto intimo e non si deve andare a portare “a forza” la civiltà a popoli che hanno vissuto benissimo senza la nostra “civiltà” per milioni di anni!!!) delle missioni e del commercio nell'Africa centrale!

Tornò in Inghilterra per ottenere un supporto a queste sue idee e per pubblicare un libro sui suoi viaggi. Fu in questo periodo che si dimise dalla società missionaria alla quale apparteneva.

Ma ripartì per l’Africa, a capo di un’altra spedizione, con lo scopo di esplorare ancora il fiume Zambesi. Mentre lui esplorava il fiume, le missioni da lui volute in Africa centrale e orientale finirono in modo disastroso, con quasi tutti i missionari morti di malaria o di altre malattie! Il fiume Zambesi si rivelò essere completamente non navigabile, a causa di una serie di cateratte e rapide che Livingstone non era riuscito a esplorare nei suoi viaggi precedenti.

E i guai e i danni (non solo per le popolazioni colonizzate da questi “poratatori di fede e benessere che non sanno però trovarla in patria ed in casa propria!!! e allora tentano con coloro che considerano intimamente, forse molto spesso inconsciamente “inferiori” o perlomeno da indottrinare, curare, far evolvere, con una furia ed una fretta che non si sa da dove scaturisce, visto che noi europei, non veniamo né dal paradiso né dal giardino dell’Eden, ma sono millenni, anche dopo il Crisatianesimo che non facciamo altro che scannarci tra di noi!) dicevano i guai non furono solo quelli generati dal contatto della nostra civiltà europea con tribù incontamoinate che ne traevano un danno irreversibile, ma anche tra gli stessi “esploratori e missionari”!

L'artista Thomas Baines fu cacciato dalla spedizione accusato di furto, accusa che respinse sempre con vigore. Ad eccezione di un ingegnere di nome George Rae, gli altri occidentali o morirono o rinunciarono. Mary, la moglie di Livingston, morì il 27 aprile 1862 di malaria cerebrale!

Ma Livingstone, imperterrito nella sua missione (forse aveva un ego leggermente sviluppato! e mai un dubbio scalfiva un po’ le sue convinzioni, come spesso avviene nei paranoici!) continuò le sue esplorazioni ed infine tornò in Inghilterra nel 1864.

La spedizione fu considerata un fallimento da molti giornali britannici del tempo e Livingstone ebbe grosse difficoltà a raccogliere fondi per… esplorare ulteriormente l'Africa.

Ma adesso il suo “demone” erano diventate le sorgenti del Nilo!

Nel marzo 1866, Livingstone tornò in Africa, a Zanzibar, da dove cominciò a cercare la sorgente del Nilo.

Richard Francis Burton, John Hanning Speke e Samuel Baker avevano in precedenza e quasi correttamente identificato, sia il lago Alberto, sia il lago Vittoria come sorgenti, ma la questione era ancora dibattuta.

Nel cercare la sorgente del Nilo, Livingstone si spinse in realtà troppo ad ovest, fino a raggiungere il fiume Lualaba, che altro non è che la parte iniziale del fiume Congo, ma che egli erroneamente considerò essere il Nilo.

Ma l’uomo, “civilizzato” da un viaggio che dall’Africa l’ha portato in tutto il mondo ed infine anche in Scozia, dove ha assunto lentiggini e capelli fulvi, non è più adatto alla vita ed alle malattie dell’Africa!

Livingstone cadde malato per tre anni! Solo uno, dei suoi 44 dispacci di aiuto, arrivò fino a Zanzibar.

Henry Morton Stanley, giornalista gallese, (nato “bastardo” con il nome di John Rowlands, senza padre e abbandonato dalla madre in orfanatrofio a sei anni, dove subì ogni sorta di violenza, imbarcatosi a 17 e preso il nome  di un commerciante che si prese cura di lui nella guerra di secessione americana dove combattè da entrambe le parti!! Questa era la vita degli occidentali che andavano a portare la civiltà e la fede agli africani!) fu inviato dal New York Herald alla ricerca di Livingstone, nel 1869.

Lo trovò nella città di Ujiji, sulle sponde del lago Tanganica il 10 novembre 1871.

L’episodio celeberrimo del ritrovamento, è rimasto famoso per le parole con le quali, si dice, che Stanley abbia la prima volta salutato l’esploratore: "Il dottor Livingstone, suppongo.".

Erano gli unici due europei in Africa nel raggio di centinaia di chilometri e si salutarono come se si vedessero ad un ricevimento a Londra!

Ma il mal d’Africa aveva contagiato entrambe e Stanley si unì a Livingstone e per un anno continuarono insieme ad esplorare il nord del Tanganica.

Poi Stanley, che aveva sofferto abbastanza nella sua vita, e quindi in parte voleva “guarire”, partì.

A dispetto delle sollecitazioni di Stanley, Livingstone era determinato a non lasciare l'Africa, fino a quando la sua missione non fosse stata completata!

Ma nel 1873, morì in Zambia di malaria (malattia che per i nativi è spesso quasi niente! e che aveva portato a morte anche la sua povera moglie) e per una emorragia interna.

Il suo corpo, portato per oltre mille miglia dai suoi leali assistenti Chumah e Susi fino a Zanzibar, ritornò in Inghilterra, per essere sepolto nell'Abbazia di Westminster; il suo cuore (malato incurabilmente…diciamo di mal d’Africa!) venne invece sepolto nello stesso luogo della morte: sul Lago Bangweulu, a Chitombal!!!

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