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Il Santo del giorno, 11 Novembre: S. Martino di Tours, dal cui nome deriva il termine: cappella!!

11 nov Saint Martin Duomo Lucca Italia

S. Martino e "Il Povero", gesto che ripeterà S. Francesco, oppure il Sindaco La Pira e che ha generato il termine "cappella" nell'architettura sacra!

E poi ancora: l'estate di S. Martino, il perchè si dice: "protettore dei cornuti" ma che non ha nulla a che fare, o quasi, con i tradimenti, perchè Martino fu posto in questa data per "coprire" un'antica divinità provvista di corna!

di Daniele Vanni

 

 

 

San Martino di Tours, Vescovo

 

Martino di Tours, in latino Martinus (Sabaria, 316 o 317 – Candes-Saint-Martin, 8 novembre 397), vescovo e confessore, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da quella copta.

È uno tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa.

Era nativo di Sabaria Sicca (l'odierna Szombathely), in Pannonia (oggi Ungheria).

La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.

Sabaria (ora Szombathely, Ungheria), 316-317 - Candes (Indre-et-Loire, Francia), 8 novembre 397

Martino di Tours, in latino Martinus, nacque nel 316 o 317 in Sabaria, un avamposto dell’Impero Romano alle frontiere con la Pannonia, l’odierna pianura ungherese.

Il padre, tribuno della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra.

Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre era stato destinato, ed in quella città trascorse l’infanzia.

Viene istruito sulla dottrina cristiana, ma non viene battezzato.

Però a dieci anni vuole diventare cristiano e a 12 desidera addirittura vivere nel deserto, imitando gli asceti orientali!

A quindici anni, in quanto figlio di un militare, dovette entrare nell’esercito. Come figlio di veterano fu subito promosso al grado di circitor (guardiano) e venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens.

Il compito del circitor era la ronda di notte e l’ispezione dei posti di guardia, nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni.

Durante una di queste ronde avvenne l’episodio che gli cambiò la vita (ancora oggi quello più ricordato e più usato dall’iconografia).

Martino, trovandosi alle porte della città di Amiens, vide un mendicante seminudo, vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante.

La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare.

Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito».

Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro!

Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano.

Martino rimarrà ufficiale dell'esercito per una ventina d'anni, raggiungendo il grado di ufficiale.

Giunto però all'età di circa quarant'anni, prenderà la decisione di lasciare l'esercito.

E da qui, inizierà la seconda, nuova, parte della sua vita.

Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi.

Il termine latino per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di San Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella!

Su questo episodio si innesta la leggenda dell’estate!

Martino incontra, più avanti, un altro mendicante e decide di regalargli anche l’altra metà di mantello, rimanendo così esposto alle intemperie.

A tale generoso gesto, prodigiosamente! il freddo e la neve per quel giorno si attenuarono e al loro posto fece capolino il sole, che si fece così intenso da assomigliare al tepore estivo: fu quella la prima “estate di San Martino”.

Una piccola parentesi di bel tempo, (quasi, come metafora! un regalo all’uomo che ha ben operato nella stagione favorevole) prima dell’inizio di temperature poco più rigide (e del freddo della vecchiaia!).

Tornando alla storia, il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Rimase ufficiale dell’esercito per una ventina d’anni raggiungendo il grado di ufficiale nelle alae scolares (un corpo scelto).

Giunto all’età di circa quarant’anni, decise di lasciare l’esercito.

Lasciato l'esercito nel 356, già battezzato forse ad Amiens, raggiunge a Poitiers il vescovo Ilario che lo ordina esorcista (un passo verso il sacerdozio).

Iniziò la seconda parte della sua vita, impegnandosi nella lotta contro l’eresia ariana, condannata al Concilio di Nicea (325), e venne per questo anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani.

Si recò quindi nell’Isola Gallinara, un isolotto roccioso, ad Albenga in provincia di Savona, dove condusse quattro anni di vita eremitica.

Martino tornò in Gallia, dove venne ordinato prete da Ilario, poi anche lui santo.

Nel 361 fonda a Ligugé una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa.

Nel 371 viene eletto vescovo di Tours.

Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell'altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Si impegna a fondo per la cristianizzazione delle campagne, vivendo da semplice monaco e fondando nuove piccole comunità di monaci, per combattere il paganesimo rurale che dalla campagna traeva anche il proprio nome e lì resisterà a lungo!

Ma i cittadini di Tours lo reclamano in città, anche se alcuni chierici avanzarono resistenze per il suo aspetto trasandato e le origini plebee.

Come vescovo, Martino continuò però ad abitare nella sua semplice casa di monaco e proseguì la sua missione di propagatore della fede. Predicò, battezzò villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani, dimostrando comunque compassione e misericordia verso chiunque. 

La sua persona e la sua attività  ebbero ampia notorietà nella comunità cristiana dove, oltre ad avere fama di taumaturgo, veniva visto come un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà.

Uomo di preghiera e di azione, Martino percorreva personalmente i distretti abitati dai servi agricoltori, dedicando particolare attenzione all'evangelizzazione delle campagne. Nel 375 fondò a Tours un monastero, a poca distanza dalle mura, che divenne, per qualche tempo, la sua residenza. Il monastero, chiamato in latino Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.

 

Patronato: Mendicanti, delle malattie della gola, protettore dei cardatori di lana.

Etimologia: Martino = dedicato a Marte

Emblema: Bastone pastorale, Globo di fuoco, Mantello

Raffigurato con il bastone pastorale, la candela, la palma e il pettine di ferro.

Siamo nel tempo dell’Arianesimo, ma la Gallia è ancora essenzialmente e profondamente pagana e piena di ritualità celtiche.

E’ qui che vive Martino, che tutti ricordano per il suo gesto alle porte di Amiens.

Tra i militari veniva adoperato un altro mantello il paludamentum, un mantello di color porpora. Doveva essere del tipo più peso essendo in Gallia.

Il paludamentum era aperto sul davanti e lungo fino alle ginocchia, venendo fissato sul petto da una fibula, di foggia variabile con l'epoca, posta sulla spalla destra o sinistra a seconda della comodità.

 

Un po’ il gesto che farà, un giorno lontano, oltre otto secoli, Francesco: la Chiesa anche se lui predica la povertà, adesso è diventata potente e lui può permettersi di regalare un mantello ad un cavaliere, nobile, ma caduto in disgrazia.

Un po’ il gesto che farà, quasi mille ani dpo, il Sindaco di Firenze, La Pira, anch’egli in odore di santità, quando andando al più bel municipio del mondo, Palazzo Vecchio, si toglierà il bel cappotto, per darlo ad un povero che poco distante da dove venne bruciato Savonarola, gela dal freddo.

 

E Martino, tagliato anche simbolicamente il suo paludamentum a metà si reca dal Vescovo Ilario: una scelta fatta non a caso, perchè è un vescovo antiariano, organizzatore straordinario dell’opposizione all’eresia che pervase la Chiesa dal IV (iniziò in Egitto) al VII secolo (gli ultimi residui rimasero fra i germani cristiani).

Il Vescovo di Poitiers, colpito da una condanna all’esilio per aver osato opporsi alla politica arianista dell’imperatore Costanzo II, dovette stabilirsi in Asia, mentre Martino raggiunse le regioni centrali dell’Illirico, anche per convertire la madre al cristianesimo, ma fu esposto ai duri maltrattamenti che i vescovi della regione, acquistati all’Arianesimo, gli inflissero.

Ritornò in Italia e organizzò un eremo a Milano, dove fu presto allontanato dal Vescovo Aussenzio, anch’egli eretico.

Non appena apprese il ritorno di Ilario dall’esilio, nel 360 si diresse nuovamente a Poitiers, dove il Vescovo gli diede l’approvazione per realizzare la sua vocazione e ritirarsi in un eremo a 8 chilometri dalla città, a Ligugé.

Alcuni seguaci lo raggiunsero, formando così, sotto la sua direzione, la prima comunità monastica attestata in Francia.

Qui trascorse 15 anni, approfondendo la Sacra Scrittura, facendo apostolato nelle campagne e seminando miracoli al suo passare.

«Colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli», scrisse Sulpicio Severo (360 ca.- 420 ca.) nella biografia a lui dedicata.

Contro la sua volontà, gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo eleggono Vescovo nel 371. Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali.

Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città.

In questo ritiro, dove è ben presto raggiunto da numerosi seguaci, crea un monastero, Marmoutier, di cui è Abate e in cui impone a se stesso e ai fratelli una regola di povertà, di mortificazione e di preghiera.

Qui fiorisce la sua eccezionale vita spirituale, nell’umile capanna in mezzo al bosco, che funge da cella e dove, respingendo le apparizioni diaboliche, conversa familiarmente con i santi e con gli angeli.

Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali.

A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano.

Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita.

Al suo intervento, anche i fenomeni naturali gli obbediscono.

Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto.

Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’umiltà e alla mortificazione.

San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. D'allora la località sarà denominata Candes-Saint-Martin.

Verso la mezzanotte di una domenica, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours.

Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire.

Ai suoi funerali, che per la disputa si celebrano tre giorni dopo, l’11 novembre, assistettero migliaia di monaci e monache.

I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera.

 

Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, modello per i cristiani amanti della perfezione.

Il suo culto si estese in tutta Europa e l’11 novembre (sua festa liturgica) ricorda il giorno della sua sepoltura.

L’«apostolo delle Gallie», (con un’azione ultraventennale per cristianizzare le campagne) patrono dei sovrani di Francia, fu enormemente venerato dal popolo: in lui si associavano la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria.

Quasi 500 paesi (Saint-Martin, Martigny…) e quasi 4000 parrocchie in territorio francese portano il suo nome!

I re merovingi e poi carolingi custodivano nel loro oratorio privato il mantello di san Martino, chiamato cappella.

Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace, sulla «cappa» di san Martino, si prestavano i giuramenti più solenni.

Il termine cappella, usato dapprima per designare l’oratorio reale, sarà poi applicato a tutti gli oratori del mondo!

 

 

  

S.Martino, è anche la cosiddetta festa dei cornuti: perché?

I motivi sono tantissimi e nessuno, in sé, soddisfa appieno la domanda.

Forse più di uno assieme, concomitanti nella stessa giornata, spiegano questa buffa tradizione!

Intanto in questo giorno, in cui iniziava l’Avvento, che prevedeva penitenze e digiuni, si era soliti assaggiare per la prima volta il vino novello (che poi si “farà” appieno a marzo o aprile).

E in questo giorno, visto la "potenza" del mosto e del vino novello, ci si ubriacava e si facevano feste che portavano anche a lasciarsi andare…

Altra origine della tradizione, si rifà alla mitologia romana: Martino è il diminutivo di Marte, Dio della guerra, e adultero con Venere, Dea dell’amore, che sorpresi da Vulcano, Dio del fuoco e marito della Dea della bellezza, furono da lui stesso rinchiusi in una rete di ferro per mostrarli agli Dei e averli quindi testimoni del torto subito.

Ma gli Dei dell’Olimpo lo sbeffeggiarono e lo derisero, così la delusione di Vulcano fu ancora più atroce; forse proprio in quella vicenda va collocata l’origine di “un detto” che dura da secoli: “cornuto e mazziato”.

Per alcuni, il fatto è dovuto alle numerose fiere di bestiame, per lo più munito di corna, che si tenevano proprio nel periodo attorno all’11 Novembre.

Sono questi i giorni della cosiddetta Estate di S.Martino, eccezionalmente miti, di solito, prima del lungo periodo di freddo: logico fissare qui feste e fiere. In alcune di queste, pare che i cornuti fossero i proprietari terrieri, ai quali i mezzadri non consegnavano tuti i prodotti dovuti che vendevano in questa occasione!

In alcune zone si crede, e in verità Martino sia un'antica divinità celtica e del nord, che per primi nelle processioni a Lui dedicate, sfilassero i Longobardi (o forse i Vichinghi) con gli eli decorati dalle corna!  

Altri ancora pensano che derivi dallo stesso giorno, l’11 Novembre, 11/11, che ricorda il segno delle corna fatto con le mani.

Secondo un’altra leggenda, San Martino si portava sulle spalle la sorella, per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini, ma vanamente, perchè questa trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza del fratello.

Io penso, dalle mie ricerche, che Martino sia stato posto in questa data, per “coprire” proprio in terra franca e quindi celtica, Sucellos o Sucellus, un’antica divinità celtica dell'agricoltura, delle foreste e delle bevande alcooliche (e torniamo al vino novello!).

Il suo nome vorrebbe dire colui che batte bene, che lo collegherebbe in maniera molto forte al proprio martello. Sucellos viene mostrato come un uomo di mezza età con barba ed un grande martello come attributo! può reggere una coppa o una patera e viene raffigurato a volte con la moglie Nantosuelta.

Nantosuelta era la dea della terra e dispensatrice di fertilità, spesso raffigurata con una…cornucopia! Il corno simbolo della fertilità che si ottiene anche con il tradimento, come nel mondo animale!

I Romani identificarono Sucellos con il loro Silvano, per via del comune carattere agreste. Che deriva dal dio etrusco Selvans, divinità protettrice della Natura e delle attività agresti.

Come le divinità antiche della natura selvaggia era considerato temibile e pericoloso. In origine, era un epiteto del dio Fauno o di Marte, spesso identificato con Pan o con Sileno, con aspetto umano, ma con cosce e gambe di caprone e corna sulla fronte!

E questa, forse è la spiegazione!

San Martino di Tours viene ricordato l’11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte, ma quella della sua sepoltura.

Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l’Occidente, grazie alla sua popolare fama di santità e al numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.

Numerose le raffigurazioni, anche da parte di celeberrimi pittori, del celebre episodio del povero. In questa iconografia cavalleresca, Martino appare nelle vesti di un giovane soldato con l’armatura e il povero costituisce l’attributo principale, mentre la spada, il mantello rosso e il cavallo (il più delle volte rigorosamente bianco, mentre altre anche grigio o marrone) ne rappresentano gli attributi secondari.

Non mancano tuttavia anche le rappresentazioni che lo vedono come un uomo barbuto, spesso pure canuto, in abiti vescovili dalla colorazione blu o talvolta rossa (colori usati dagli antichi celti ritualmente o in guerra) bardato di mitra (cappello vescovile) e pastorale (bastone con la punta arrotolata), tipici della carica ecclesiastica, che ne costituiscono gli attributi secondari insieme al libro simbolo della sua opera evangelizzatrice.

Proprio in queste vesti diventa attributo principale la presenza di un globo di fuoco, in richiamo alla sua lotta contro l’eresia ariana e il paganesimo rurale, oppure fa capolino alle sue spalle un’oca, in riferimento alla sua elezione a vescovo, oppure. Secondo la leggenda infatti, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche; il rumore fatto da queste rivelò però il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.

Un dipinto che lo raffigura in tali vesti presenta pure anche gli attributi del celebre episodio: un angelo alla sua sinistra custodisce la sua armatura reggendone l’elmo, mentre un altro alla sua destra gli porge mantello e spada.

Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. Tra queste Lucca e Belluno hanno dedicato a San Martino la propria Cattedrale.

L’11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell’Austria, nonché dell’Alto Adige, partecipano a una processione di lanterne, ricordando la fiaccolata in barca che accompagnò il corpo del santo a Tours. Spesso un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l’oca. In anni recenti la processione delle lanterne si è diffusa anche nelle aree protestanti della Germania, nonostante il fatto che la Chiesa protestante non riconosca il culto dei santi.

In Italia, il culto del Santo è legato alla cosiddetta “estate di san Martino” la quale si manifesta, in senso meteorologico, all’inizio di novembre e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari. Nel comune abruzzese di Scanno, ad esempio, in onore di San Martino si accendono grandi fuochi detti “glorie di San Martino” e le contrade si sfidano a chi fa il fuoco più alto e durevole.

Nel veneziano, l’11 novembre è usanza preparare il dolce di San Martino, un biscotto dolce di pasta frolla con la forma del Santo a cavallo con la spada, decorato con glassa di albume e zucchero ricoperta di confetti e caramelle; è usanza inoltre che i bambini della città lagunare intonino un canto d’augurio casa per casa e negozio per negozio, suonando padelle e strumenti di fortuna, in cambio di qualche monetina o qualche dolcetto. Nel Salento, in particolare, questa tradizione è molto sentita. Ci si riunisce tutti, familiari, amici e si cena tutti assieme con il Vino Novello, castagne, salsiccia, focacce, frutta secca e tutto quello che offre la campagna in questo periodo.

Nel nord Italia, specialmente nelle aree agricole, fino a non molti anni fa tutti i contratti (di lavoro ma anche di affitto, mezzadria, ecc.) avevano inizio (e fine) l’11 novembre, data scelta in quanto i lavori nei campi erano già terminati senza però che fosse già arrivato l’inverno. Per questo, scaduti i contratti, chi aveva una casa in uso la doveva lasciare libera proprio l’11 novembre e non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all’altro, facendo “San Martino”, nome popolare, proprio per questo motivo, del trasloco. Ancora oggi in molti dialetti e modi di dire del nord “fare San Martino” mantiene il significato di traslocare.

In molte regioni d’Italia l’11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (da qui il proverbio “A San Martino ogni mosto diventa vino”) ed è un’occasione di ritrovo e festeggiamenti nei quali si brinda, appunto, stappando il vino appena maturato e accompagnato da castagne o caldarroste. Sebbene non sia praticata una celebrazione religiosa a tutti gli effetti (salvo nei paesi dove san Martino è protettore), la festa di San Martino risulta comunque particolarmente sentita dalla popolazione locale.

Anche in Sicilia il giorno del Santo entra in corrispondenza al periodo detto della svinatura. Per i palermitani quel giorno finisce l’inesauribile estate, che spesso si prolunga fino a primi giorni di novembre, e per l’occasione si gusta il vino novello che l’industria vinicola fa degustare aprendo le porte alle varie cantine disseminate nel triangolo vinicolo della provincia. Un altro proverbio recita che per san Martino, s’ammazza lu porcu e si sazza lu vinu, infatti, in alcune località siciliane si attendono questi giorni di Novembre per sopprimere il maiale e farne prosciutti, salami, zamponi e salsicce da spruzzare di vino novello appena spillato, durante la cottura.

Martino fu definito il patrono degli ubriaconi, che affollavano le varie “taverne” della città festeggiando solenni banchetti a base di verdure cotte: carduna, vruocculi e uova sode, accompagnati da abbondanti libagioni.

Chi aveva modeste possibilità, quel giorno si limitava ad accompagnare il suo modesto pasto con del vino “novello”. Per i più benestanti tutte le scuse erano buone per imbandire la tavola e quel giorno oltre a brindare con il vino novello, si mangiava abbondantemente e sulle ricche tavole era presente il tradizionale tacchino ruspante o, in alternativa, la carne di maiale la faceva da leone.

Per il San Martino dei poveri, nella tradizione palermitana, bisognava aspettare la prima domenica dopo l’undici novembre, il giorno dopo la riscossione della simanata (il salario settimanale), per concludere il frugale pasto domenicale con u viscottu i San Martino abbagnatu nn’o muscatu, (il biscotto di San Martino intriso nel moscato), vino liquoroso in genere offerto in dono dall’abituale fornitore di vino.

Confezionati con fior di farina impastata con il latte e fortemente lievitata e chiamati anche sammartinelli, hanno la forma di una pagnottella rotondeggiante della grossezza di un’arancia e l’aggiunta nell’impasto di semi d’anice (o finocchietto selvatico) conferisce loro un sapore e un profumo particolare. Cotti a fuoco lento, si presentano molto croccanti e friabilissimi ed in questa occasione vengono largamente consumati appunto abbagnati (inzuppati) nel vino liquoroso “moscato di Pantelleria” ricavato da uve inzolia o inzuppati nel vino appena spillato.

Oltre quello destinato ad essere inzuppato nel moscato, detto “tricotto” croccante e friabilissimo, esiste anche il “rasco”, più morbido e destinato ad essere riempito di crema di ricotta dolce oppure di conserva e decorato in modo quasi barocco, con glassa di zucchero a riccioli e ghirigori, sormontato da un cioccolattino e fiorellini di pasta reale.

Un’altra curiosa tradizione che ha luogo per San Martino è quella che si svolge a Palazzo Adriano, in provincia di Palermo. Una antica usanza d’origine balcanica vede i parenti di una coppia di sposi, farsi carico della costituzione della casa degli sposi novelli, insieme a tutto il cibo utile al rifornimento per l’anno in corso. Si prevede anche che durante le ore della mattina, alcuni bambini sfilino per le strade del paese, portando ceste piene dei tradizionali “pani di San Martino”.

Ai genitori dello sposo spetta in questa occasione regalare u quadaruni (la grossa pentola di rame) e a quelli della sposa a brascera (il braciere di rame) che serve a riscaldare la casa nei mesi invernali.

Nella piccola cittadina montana di Palazzolo Acreide, prima colonia della Siracusa greca, la tradizione suole accompagnare al vino delle ciambelline di patate fritte e zuccherate, mentre in altre zone del siracusano si preparano le zeppole che qui chiamano crispeddi.

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