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Nell’Antica Roma, 13 ottobre: Feste di Fontinalia, in onore del Dio delle Sorgenti

13 ott Campitelli Tomba di Publicio Bibulo sotto il Vittoriano 1010184

In suo onore corone di fiori venivano gettate nelle fontane e ghirlande poste sull’orlo dei pozzi. Poichè la sua celebrazione avveniva accanto ad un'antichissima e storica porta di Roma, questo ci permette, in parte, di localizzare il luogo e le struttura delle Prime Mura Serviane del VI sec. a.C.

di Daniele Vanni

 

 

 

 

Oggi, 13 ottobre, era: Fontinalia. Festa in onore di Fons, Dio delle sorgenti, figlio di Giano, ed aveva la podestà di far sgorgare l’acqua.

In suo onore corone e ghirlande di fiori venivano gettate nelle fontane e poste sull’orlo dei pozzi.

I luoghi di culto di Fons erano un altare posto presso la Tomba di Numa sul Gianicolo e un sacrario, fuori dalla Porta Fontinale, eretto dal console C. Papirio Masone nel 231 a.c.

Durante questa festività morì nel 54 l'imperatore Claudio.

Fons (divinità)

Fons (latino fons) chiamato anche Fontus, era il dio delle fonti, figlio di Giano e della ninfa Giuturna.

Aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo, non lontano dalla presunta tomba di Numa.

Festività romana dedicata alle sacre fonti il cui dio era Fons o Fontus

era dedicata alle sacre fonti.

Durante le Fontinalia, oltre l’omaggio floreale, si offrivano al dio sacrifici di vino, olio, etc. La festa si svolgeva presso la porta Fontinalis delle Mura Serviane.

Le notizie storiche sulla Porta Fontinalis si limitano a due citazioni letterarie e tre iscrizioni e in nessun caso si hanno indicazioni che possano suggerire la sua reale posizione. L'unica traccia topografica la segnala nei pressi del Campidoglio, nelle mura serviane, verso il Campo Marzio, ad Martis aram: ma l'esatta ubicazione di questo altare di Marte è molto dubbia, e quindi la notizia non risulta al momento di grande utilità.

Un'ipotesi di posizionamento della porta si basa sul fatto che sulla sinistra del Vittoriano (sul lato quindi di via del Teatro di Marcello), all'incirca in corrispondenza dell'odierno Museo del Risorgimento, si distinguono, inseriti nel selciato moderno, alcuni resti, in opera quadrata di tufo, di una struttura (peraltro piuttosto anonima) che alcuni ritengono di poter identificare come uno stipite della porta.

Un'altra teoria, accreditata da voci di una certa autorevolezza, ipotizza che la porta dovesse trovarsi sul lato esattamente opposto dell'Altare della Patria, quindi in corrispondenza dell'inizio di via dei Fori Imperiali, in un punto incerto tra l'inizio dell'antico clivo Argentario (la strada ancora esistente che scendeva dal Campidoglio), e i resti della tomba di Gaio Publicio Bibulo, tuttora visibili vicino alla fontana sulla sinistra di chi guarda l'Altare della Patria. Basandosi sull'ipotesi di quest'ultima dislocazione, uno tra i maggiori studiosi delle mura di Roma, G. Säflund, teorizza che possa trattarsi della stessa porta precedentemente chiamata Ratumena, che costituiva comunque un accesso a fortificazioni precedenti all'invasione dei Galli del 390 a.C. e quindi preesistente alle mura serviane. Poiché in effetti le mura repubblicane in quel tratto coincidevano in parte con l'antica fortificazione innalzata intorno all'arce capitolina, l'ipotesi che la Fontinalis possa aver sostituito o magari addirittura possa identificarsi con la Ratumena, appare quanto mai praticabile.

Un'ulteriore conferma (abbastanza condivisa) si ha da un altro eminente studioso, l'Huelsen, che pone la Fontinalis all'inizio della via Flaminia, il cui antico tracciato partiva dall'angolo nord-est del Campidoglio (la zona, appunto, della tomba di C. Publicio Bibulo), per seguire l'intero rettilineo che oggi è via del Corso e riunirsi, oltre l'attuale Piazza del Popolo e il piazzale Flaminio, al tratto urbano della moderna via Flaminia.

Le Mura serviane sono le prime mura di Roma del VI secolo a.C., fatte costruire da Tarquinio Prisco, secondo la tradizione, poi ampliate e dotate di un ampio fossato dal successore, Servio Tullio, dal quale presero il nome.

La struttura urbana successiva alla cosiddetta Roma quadrata e fino alla costruzione, nel VI secolo a.C., delle mura serviane, si era basata su un processo di aggregazione tra le varie genti che occupavano i colli intorno al Palatino (Etruschi, Latini, Sabini), nucleo centrale della città, ed era organizzata in modo decentrato, nel senso che le varie alture costituenti la città non facevano parte di un'unica entità difensiva, ma possedevano, ciascuna, una sua struttura militare indipendente, affidata più alla forza e al valore degli uomini che non alle fortificazioni. La configurazione orografica dei colli era sufficiente a provvedere, da sola, alle necessità della difesa, eventualmente aiutata, dove si fosse rivelato necessario, dalla costruzione di mura o dallo scavo di un fossato e di un terrapieno (agger) tra Porta Collina e l'Esquilino, per una lunghezza di circa 6 stadi.

Le mura serviane arcaiche

Le prime difese unitarie di Roma erano rappresentate da un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città (soprattutto nel tratto pianeggiante nord-orientale) e dall'unione delle difese individuali dei colli, ed è attribuito, come riferisce Livio, al sesto re romano (secondo dei tre etruschi), Servio Tullio, alla metà del VI secolo a.C.. La recinzione con le mura fu il culmine di un'intensa attività urbanistica, fondata sulla delimitazione territoriale della città in quattro parti (la "Roma quadrifaria"). Si tratta di una cinta muraria di almeno 7 km, in blocchi squadrati di cappellaccio di tufo che fu poi utilizzato come appoggio per la fortificazione di un paio di secoli più tarda.

Su questa struttura si apriva, probabilmente, una porta per ogni altura: la Mugonia per il Palatino, la Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio, la Viminalis, l'Oppia, la Cespia e la Querquetulana per i colli di cui portano il nome (Querquetulum era l'antico nome del Celio) e la Collina (per il collis Quirinalis).

Le mura serviane protessero Roma per più di 150 anni, almeno fino alla disastrosa invasione dei Galli senoni del 390 a.C., dopo la quale le mura vennero riedificate ricalcando, probabilmente, il tracciato antico.

La ricostruzione nel IV secolo a.C.

Le mura in tufo di cui vediamo oggi i resti, note come "mura serviane", sono in realtà il frutto della ricostruzione del periodo repubblicano lungo lo stesso tracciato, a rinforzo e spesso in sostituzione dell'antico agger, dopo il sacco di Roma del 390 a.C., molto probabilmente utilizzando anche le fortificazioni precedenti.

Secondo Livio furono costruite nel 378 a.C. dai censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo. Riferisce lo storico che, passato lo spavento dovuto al saccheggio da parte dei Galli il 18 luglio 390 a.C., abbandonata l'idea del trasferimento dell'intera popolazione a Veio, si decise una rapida ricostruzione della città, talmente frettolosa e improvvisata che fu la causa principale del caos urbanistico dell'antica Roma. Subito dopo iniziò la costruzione della cinta muraria, che durò oltre 25 anni e costituì il principale baluardo difensivo per sette secoli, sebbene con il tempo abbia perso gradualmente la sua importanza strategica.

Il materiale utilizzato, come già detto, era tufo proveniente dalle cave di Grotta Oscura (e in parte da quelle di Fidene), molto più consistente del cappellaccio in uso fino a poco tempo prima. Tra l'altro, l'utilizzazione di quel materiale consente anche un limite di datazione della struttura muraria; le cave di Grotta Oscura si trovano infatti nei pressi di Veio, che fu conquistata nel 396 a.C.: prima di quella data non potevano pertanto essere accessibili per Roma.

In base ad una valutazione sui reperti rimasti, sembra che per tutta la lunghezza delle mura sia stata usata la stessa tecnica: blocchi più o meno regolari, alti fino a una sessantina di cm, disposti a file alterne di testa e di taglio. Il lavoro venne certamente svolto da diversi cantieri che procedevano contemporaneamente per tratti di 30-40 metri: i punti d'incontro dei lavori distinti di due cantieri non combaciano infatti perfettamente e erano di solito necessari interventi di aggiustamento. I blocchi erano contrassegnati da marchi, probabilmente necessari per il controllo dell'andamento e della realizzazione dei lavori: si tratta di incisioni piuttosto rozze di segni e caratteri alfabetici apparentemente greci. Sembra infatti ormai accertato che le maestranze, o almeno gli architetti, provenissero in buona parte dall'alleata Siracusa, potente centro della Magna Grecia dominato da Dionigi il Vecchio, che aveva già dato prova di estrema competenza nella realizzazione della fortificazione cittadina: questa tecnica edilizia era infatti già stata sperimentata nelle guerre della fine del V, inizi del IV secolo in Grecia e in Sicilia.

Le mura si estendevano per circa 11 km (quindi un po' più della cinta del VI secolo), includendo circa 426 ettari. Il Campidoglio era già protetto da una fortificazione propria, l'arce (arx capitolina). A questa furono collegati Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Palatino, Aventino e parte del Foro Boario, sfruttando, dove possibile, le difese naturali dei colli. Nel tratto pianeggiante lungo poco più di un chilometro, tra Quirinale ed Esquilino, furono rafforzate con un aggere (agger),[4] cioè un terrapieno largo più di 30 metri. La cinta romana era all'epoca una della delle più grandi in Italia e forse dell'intero Mediterraneo.

In alcuni tratti le mura erano ulteriormente protette da un fossato largo mediamente più di 30 metri e profondo 9. Erano alte circa 10 metri e spesse circa 4 e, secondo alcune testimonianze, avevano 12 porte, sebbene in realtà se ne conoscano in numero maggiore. Furono restaurate in vari periodi: 353, 217, 212 e 87 a.C.

Già dopo le guerre puniche l'estensione dello Stato e le colonie costiere consentivano alla città una certa tranquillità strategica e le mura persero così il loro primario scopo protettivo. Di conseguenza, col tempo, Roma si ingrandì oltre la cinta muraria, con interi quartieri che Augusto suddivise e ridimensionò nelle sue XIV Regiones: il ruolo difensivo delle mura serviane a quest'epoca è ormai completamente scaduto, e le porte vengono coinvolte in un processo di monumentalizzazione o ridotte a semplici accessi stradali (ne sono esempio la Porta Celimontana o la Porta Esquilina), così, quando nel III secolo la città cadde sotto il rischio di attacchi delle tribù barbare, l'imperatore Aureliano fu costretto a costruire una nuova cinta muraria per proteggerla: le Mura aureliane.

Pur avendo perduto la loro funzione primaria, le mura serviane rimasero però come una testimonianza storico-ideologica e forse anche amministrativa: rappresentarono per secoli il reale confine della città, anche quando vennero abbondantemente superate da nuovi quartieri; sebbene infatti nel Foro esistesse il miliarum aureum, una colonna di bronzo da cui avevano convenzionalmente inizio le strade consolari, in realtà la misurazione delle distanze è stata sempre calcolata dalle porte che si aprivano nella cinta muraria repubblicana del IV secolo.

 

Le porte

 

Uno tra i problemi più dibattuti e di difficile soluzione della topografia della Roma regia e repubblicana è quello delle porte; le notizie dirette sono pochissime ed i resti archeologici ancora più scarsi. Non sempre la loro posizione precisa è accertata e anche sul loro numero si hanno dei dubbi. All'epoca della fondazione da parte di Romolo dovevano essere, secondo Plinio, tre o forse quattro, aperte in una cinta muraria che racchiudeva il Palatino ed il Campidoglio. E questa notizia “storica” racchiude già un'imprecisione in quanto la presunta fondazione romulea si riferiva ad un centro abitato limitato al solo Palatino, mentre l'inclusione del Campidoglio è di un periodo posteriore. Varrone riferisce i nomi delle tre porte: “Mugonia” (presso l'Arco di Tito), “Romana” o “Romanula” (nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana) e “Januaria” o “Janualis” o “Trigonia” in posizione incerta, verso il colle Celio o verso il Tevere (vedi anche Roma quadrata).

Le porte delle mura serviane non avevano alcuna struttura monumentale, come suggeriscono i pochi resti ritrovati, ma erano limitate alla semplice funzione di passaggio. Solo con i restauri di epoca augustea si procedette ad un processo di monumentalizzazione di alcune delle antiche porte e in parte, nel tempo, furono trasformate in archi di vario significato. Conosciamo comunque i nomi delle porte serviane che, procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano:

 

Porta Fontinalis: davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando la scalinata dell'Altare della Patria

Porta Sanqualis: i resti in Piazza Magnanapoli, nell'aiuola centrale

Porta Salutaris: era in via della Dataria

Porta Quirinalis: all'altezza di Via delle Quattro Fontane

Porta Collina: i resti, all'incrocio tra via Goito e via XX settembre, furono demoliti durante la costruzione della sede del Ministero delle Finanze

Porta Viminalis: in Piazza dei Cinquecento

Porta Esquilina: trasformata prima da Augusto e poi nell'Arco di Gallieno

Porta Celimontana: poi Arco di Dolabella, vicino a Santa Maria in Domnica

Porta Querquetulana: vicino alla Basilica di San Clemente

Porta Capena: tra il Circo Massimo e via delle Terme di Caracalla

Porta Naevia: tra le basiliche di San Saba e Santa Balbina all'Aventino

Porta Raudusculana: in piazza Albania

Porta Lavernalis: sotto la chiesa di Sant'Anselmo

Porta Trigemina: alla base dell'Aventino, verso il Foro Boario

Porta Triumphalis: nell'area di Sant'Omobono

Porta Carmentalis: presso l'Anagrafe

Porta Flumentana: tra il Tempio di Portuno ed il Tevere

Alcune dislocazioni tra quelle indicate sono solo ipotetiche e non è escluso che in qualche caso possa trattarsi di nomi diversi per la stessa porta. Alle precedenti vanno aggiunte:

Porta Ratumena, che si apriva direttamente sulle mura dell'Arce capitolina, e che potrebbe essere il nome più antico della porta poi chiamata Fontinalis

Porta Catularia: alla base della scalinata del Campidoglio, risalente ad un rifacimento successivo della cinta serviana.

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