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Accadde oggi, 9 Ottobre 1963: la tragedia del Vajont

9 ottobre Vajont copertina

Quasi duemila morti per la frana di un monte, il Toc, che in dialetto, significa: Marcio! E che quindi tutti sapevano franoso e pericoloso! Una sola giornalista denunciò questa diga costruita mafiosamente con un silenzio che dalla zona arrivava fino a Roma, ma la denunciarono e subì anche un processo!

di Daniele Vanni

 

La tv era ormai entrata in quasi tutte le case degli Italiani, anche se in bianco e nero, Per il colore avremmo dovuto aspettare ancora 13 anni.

Ma quello fu uno degli eventi “televisivi” che rimase impresso nella mente degli Italiani! Le immagini in tanti toni di grigio che facevano vedere una valle prima verdissima ed ora ridotta al solo colore del fango, tra il quale scavavano e cercavano carabinieri, vigili del fuoco ed alpini, impressionarono così l’opinione pubblica che molti comuni, anche da noi, ad esempio: Bagni di Lucca, decisero di gemellarsi con Longarone, simbolo di quella strage, contro la quale, forse per la prima volta dopo la dittatura fascista, in molti tentarono di dare la colpa, e la storia stabilirà che c’era, molto in alto! Fino a Roma. Dell’importanza politica del fatto si vedrà subito dal difensore degli imputati: l’Avv. Giovanni Leone, che poi diventerà Presidente della Repubblica!

Quel disastro, quello del Vajont, avvenne fu l'evento occorso la sera del 9 ottobre 1963 nel nuovo bacino idroelettrico artificiale del Vajont, a causa della caduta di una colossale frana dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque del bacino lacustre alpino. La conseguente tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago, ed il superamento della diga, provocarono l'inondazione e la distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone, e la morte di 1.917 persone.

Quella diga ha grossi problemi. Tanto che c’è più di uno, inascolati, che dice che non doveva neanche essere costruita! Tra questi, una coraggiosa giornalista de “l’Unità” che viene anche mandata sotto processo, mentre l’Italia democristiana e del boom, si va vanto di quella diga, la più alta d’Europa!

Ma anche i responsabili temono il peggio. Ci sono troppi strani fenomeni!

Mano a mano che l'acqua cresce all'interno del bacino del Vajont per raggiungere il prima possibile la quota di 715 metri s.l.m., crescono anche i fenomeni di pericolosità: tonfi, boati e scosse sono ormai all'ordine del giorno.

Verso la metà di settembre, a quota 710 metri s.l.m., si accentua la fessura verso la punta del monte Toc: si notano inclinazioni di alberi, avvallamenti sulla strada... anche i 90 capisaldi luminosi, che erano stati installati sulla parete franosa del Toc dopo la frana del 1960, per tenere sotto controllo i movimenti della stessa, si spostano sempre più verso valle, tendendo ad aumentare la velocità.

Il 27 settembre 1963 si decide di far scendere velocemente l'acqua, 1 metro al giorno: si decide di svasare...

Il 9 ottobre 1963 è una splendida giornata di sole, una di quelle giornate calde che si registrano di tanto in tanto in autunno, anche in montagna. E’ un mercoledì, mercoledì di coppa: la sera c'è la partita di calcio in Eurovisione, Real Madrid-Glasgow... da non perdere! Tutti al bar, allora, a vedere la partita, perché le televisioni in casa erano rare.

Alle 21.30 la partita comincia, ma alle 22.39 salta la luce...

Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 il Toc cede, la frana, da anni in movimento, non riesce più a reggersi sulle pareti del monte, appesantita dall'acqua che, messa e tolta più volte ai suoi piedi... l’ha intorsata, imbevuta, rendendola enormemente più pesa, resa mole e adesso… si stacca in un blocco unico, potando con sé alberi, strade, case e persino il torrente Massalezza.

Dopo pochi secondi ha raggiunto la velocità incredibile di 90 km/h e a questa pazzesca velocità si tuffa dentro il lago. Il bacino aveva raggiunto la quota di 700,45 metri s.l.m., quota di sicurezza... se la frana avesse avuto le dimensioni e le caratteristiche di quella usata in una simulazione che pure si è fatta e quindi si sapeva... purtroppo le cose erano molto differenti:  la frana ha adesso una massa di 5 volte superiore. E, tuffatasi nel lago, risale per circa 100 metri sulla sponda opposta, mettendo intanto in movimento una massa d'acqua di 50 milioni di metri cubi.

Parte di quest'acqua si è diretta verso Erto, protetto da uno sperone roccioso, ma quell'onda ha travolto le frazioni del comune costruite sulle sponde del lago; altra parte d'acqua si è alzata verso Casso, circa 300 metri più in alto della diga, e ne ha lambito i piedi; la parte più cospicua d'acqua (25 milioni di metri cubi), dopo essersi alzata di un centinaio di metri sopra la diga, si è incanalata nella stretta forra del Vajont, con una velocità di 70 km/h, ha acquistato energia, potenza e vigore, è piombata sul greto del Piave formando un lago profondo 45 metri e largo 250-300 metri e poi, di rimbalzo, si è riversata su Longarone e sulla valle del Piave, riducendola ad una spianata livida di fango, detriti e di ghiaia.

La tragedia, dopo numerosi dibattimenti, processi e opere di letteratura, può ricondursi alla negligenza dei progettisti e alla SADE, ente gestore dell'opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono e coprirono la non idoneità dei versanti del bacino; essi infatti avevano caratteristiche morfologiche tali da non renderle adatte ad un serbatoio idroelettrico, a causa della incoerenza e alla fragilità dei versanti del Monte Toc.

Nel corso degli anni l'ente gestore e i loro dirigenti, pur a conoscenza della pericolosità, hanno coperto, con dolo, i dati a loro conoscenza, con beneplacito di vari enti a carattere locale e nazionale, dai piccoli comuni interessati fino al Ministero dei Lavori Pubblici.

E così, alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963, circa 270 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto all'acqua contenuta nell'invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d'acqua al momento del disastro) provocando un'onda di piena che superò di 200 m in altezza il coronamento della diga (che rimase sostanzialmente intatto, a parte una crepa centrale e seppur privato della parte sommitale) e che, in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago, riversandosi nella valle del Piave. Vi furono 1.917.

Onore al merito di una vera giornalista: Tina Merlin, che subì anche processi per essere stata la prima a raccogliere le voci e a divulgarle, inutilmente!, su un possibile disastro dovuto alla diga

L'evento fu dovuto a una serie di concause, di cui l'ultima in ordine cronologico fu l'innalzamento delle acque del lago artificiale oltre quota di sicurezza di 700 metri voluto dall'ente gestore, ufficialmente per il collaudo dell'impianto, ma con il plausibile fine di controllare la caduta della frana nell'invaso, in modo che non costituisse più pericolo. Questo, combinato a una situazione di abbondanti e sfavorevoli condizioni meteo (forti precipitazioni), e sommato a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc accelerò il movimento della antica frana presente sul versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Pordenone (Friuli Venezia Giulia).

I forti pericoli erano stati denunciati dalla giornalista Tina Merlin de “l’Unità”: inascoltata dalle istituzioni, la giornalista fu anzi! denunciata per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico" tramite i suoi articoli, processata e assolta dal Tribunale di Milano.

Alla fine dell'estate del 1963, poiché i sensori rilevarono movimenti preoccupanti della montagna, era stato deciso di diminuire gradualmente l'altezza dell'invaso, sia per cercare di evitare il distacco di una frana, sia per evitare che una possibile frana potesse provocare un'onda che scavalcasse la diga.

Ma alle 22,39 del 9 ottobre 1963 si staccò dalla costa del Monte Toc (che in friulano, abbreviazione di "patoc", significa "marcio"!!!) una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra.

In circa 20 secondi la frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale.

È stato stimato che l'onda d'urto dovuta allo spostamento d'aria fosse d’ intensità eguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima!

Alle ore 5:30 della mattina del 10 ottobre 1963 i primi militari dell'Esercito Italiano arrivarono sul luogo, per portare soccorso, conforto e recuperare i morti. Quelli che fu possibile recuperare…

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