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Accadde oggi, 7 ottobre 1571: la Battaglia di Lepanto che generò il Granducato di Toscana ed il culto della Madonna del Rosario!

7 ottobre Battle of Lepanto 1571

Scossa dalla Riforma del Nord, adesso la Cristianità cercava almeno di fermare il pericolo musulmano che dal Mediterraneo tentava di occupare l'Europa del Sud. Ma le eterne divisioni europee vanificheranno la grande vittoria navale nel Golfo di Patrasso.

(andrea-vicentino-battle-of-lepanto)

 

di Daniele Vanni

 

 

 

 

Era da poco passato il Concilio di Trento e la Chiesa e la Cattolicità cercava di riprendersi, dallo stordimento, dopo l’immane botta della Riforma e del distacco dei potentissimi stati del Nord.

Da sola, rimasta con il mondo italiano, spagnolo e, solo in parte, francese, vedeva sorgere un nuovo pericolo, forse anche maggiore: da sud!

Gli Ottomani e i Musulmani, anche quelli espulsi dalla Spagna, spadroneggiavano nel Mediterraneo e stavano espandendosi nei Balcani.

Così la Chiesa, strette ancor di più le regole dottrinali, tentava di legare a sé una coalizione di cristiani per dare un colpo mortale, almeno alla flotta avversaria.

E la vittoria arrise alla fazione cristiana, anche s e poi non potè essere sfruttata per la divisione delle forze in campo, che, anzi! erano fiere nemiche tra di loro e spesso speravano che gli Ottomani distruggessero la potenza cattolica avversaria!

Comunque, quella parte minoritaria d’Europa riuscì a mettere a segno un grande colpo contro l’espansione ottomana: attingendo a ciò che gli rimaneva: gli stati italiani ancora con una forza internazionale o quasi o che comunque, come la cattolicissima Lucca, inviarono soldi e finanziamenti; l’Impero spagnolo di Filippo II, leader della Controriforma che la faceva da padrone anche in Italia; qualche francese, come i Savoia.

E’ tutto ciò da cui scaturì la famosissima battaglia di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, tra le flotte musulmane dell'Impero Ottomano e quelle cristiane della Lega Santa che riuniva le forze navali della Repubblica di Venezia, dell'Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e di Sicilia), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana federate sotto le insegne pontificie, che si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Müezzinzade Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.

La coalizione cristiana era stata promossa alacremente da Papa Pio V per soccorrere materialmente la veneziana città di Famagosta, sull'isola di Cipro, assediata dai turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale comandata da Marcantonio Bragadin e Astorre Baglioni.

Il contesto più generale è quello di una lotta generalizzata per il controllo del Mediterraneo.

Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche non cessassero mai, ed anzi, fossero sempre intensissimi, il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell'occidente mediterraneo. Esso minacciava non solo i possedimenti veneziani come Cipro, ma anche gli interessi spagnoli per via della pirateria. Consapevole di questa tensione crescente, Pio V ritenne allora che il momento fosse propizio, per coalizzare in una Lega Santa le troppo divise forze della cristianità, alimentando lo spirito di Crociata per creare coesione intorno all'iniziativa.

Come base di ricongiungimento dell'armata cristiana era stata scelta Messina, situata in posizione strategica rispetto al teatro delle operazioni. Qui, a partire dal luglio 1571, dopo mesi di difficoltose trattative, si incontrarono le flotte alleate.

Ai primi di settembre, la flotta della Lega era riunita al gran completo nel porto siciliano: 209 galere e 6 galeazze, oltre ai trasporti e al naviglio minore.

12 delle galere erano armate dal (futuro!) Granduca di Toscana e di queste 5 erano equipaggiate dai Cavalieri di Santo Stefano.

La flotta della Lega, salpata da Messina il 16 settembre si mosse con velocità differenti e si trovò riunita solo il 4 ottobre successivo nel porto di Cefalonia. Qui la raggiunse la notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza, che era stato scorticato vivo.

Apprese dunque le notizie di Famagosta e nonostante il maltempo, le navi della Lega presero il mare e giunsero, il 6 ottobre davanti al golfo di Patrasso, nella speranza di intercettare la potente flotta ottomana.

Il 7 ottobre 1571, domenica, Don Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata, deciso a dar battaglia: le distanze erano così ridotte che non più di 150 metri separavano le galee.

A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra cui 400 archibugieri. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze, per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all'artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande e 2750 di piccolo calibro.

La flotta turca schierata a Lepanto, reduce dalla campagna navale che l'aveva impegnata durante l'estate, era verosimilmente forte di 200 galere e 30 galeotte, cui si aggiungeva un imprecisato numero di fuste e brigantini corsari. La forza combattente, comprensiva di giannizzeri, spahi e marinai, ammontava a circa 20-25.000 uomini. Di questi, sicuramente armata d'archibugio era la fanteria scelta dei giannizzeri (circa 3000), mentre la gran parte degli altri combattenti era armata di arco e frecce, spade e giavellotti. La flotta ottomana, inoltre, era munita di minore artiglieria rispetto a quella cristiana: circa 180 pezzi di grosso e medio calibro e 1300 di piccolo calibro.

Quando iniziò la lotta che andò avanti per tutta la giornata, nonostante le abili manovre ottomane, si fece sentire la tecnologia avanzata degli europei.

E poi ci fu anche un colpo “psicologico”, quando al centro dello schieramento, il comandante in capo ottomano Müezzinzade Alì Pascià, già ferito, cadde combattendo. La nave ammiraglia ottomana fu abbordata dalle galee toscane Capitana e Grifona e, contro il volere di Don Giovanni, il cadavere dell'ammiraglio ottomano Alì Pascià fu decapitato e la sua testa esposta sull'albero maestro dell'ammiraglia spagnola. La visione del condottiero ottomano decapitato contribuì enormemente a demolire il morale dei turchi. Di lì a poco, infatti, alle quattro del pomeriggio, le navi ottomane rimaste abbandonavano il campo, ritirandosi definitivamente. Il teatro della battaglia si presentava come uno spettacolo apocalittico: relitti in fiamme, galee ricoperte di sangue, morti o uomini agonizzanti. Erano trascorse più di cinque ore ed il giorno volgeva ormai al tramonto, quando infine la battaglia ebbe termine con la vittoria cristiana.

I Turchi avevano perso 80 galee che erano state affondate, ben 117 vennero catturate, 27 galeotte furono affondate e 13 catturate. 30.000 uomini morti o dispersi, altri 8.000 prigionieri. Inoltre vennero liberati 15.000 cristiani dalla schiavitù ai banchi dei remi.

I cristiani liberati dai remi sbarcarono a Porto Recanati e salirono in processione alla Santa Casa di Loreto, dove offrirono le loro catene alla Madonna. Con queste catene furono costruite le cancellate davanti agli altari delle cappelle.

Quindi, le navi fecero rientro a Napoli.

La bandiera della nave ammiraglia turca di Alì Pascià, presa da due navi dei Cavalieri di Santo Stefano, la "Capitana" e la "Grifona", si trova a Pisa, in quella che era la chiesa di quell'ordine.

Lo schieramento cristiano che vinse di fronte alla fortezza veneziana di Lepanto, nel Golfo di Patrasso che quasi cento anni prima, nel 1477, aveva resistito all’assedio di 80.000 Turchi) fu vittoriosa, soprattutto grazie alla superiorità dell'equipaggiamento, per la qualità ed il numero dei pezzi d'artiglieria ed in definitiva, per l’impiego delle sei galeazze veneziane, vere antenate delle moderne corazzate pesanti, con file di cannoni a prua, a poppa e sui fianchi, capaci di sparare fino ad un chilometro.

Come già per la Battaglia di Poitiers (732) e la futura Battaglia di Vienna (1683), la battaglia di Lepanto ebbe un profondo significato religioso.

Prima della partenza, il Pontefice Pio V, benedì gli stendardi della Lega, con il Crocifisso, ma soprattutto con l'immagine della Madonna e la scritta "S. Maria succurre miseris", issato sulla nave ammiraglia Real, sotto il comando del Principe Don Giovanni d'Austria, sarà l'unico a sventolare in tutto lo schieramento cristiano all'inizio della battaglia quando, alle grida di guerra e ai primi cannoneggiamenti turchi, i combattenti cristiani si uniranno in una preghiera di intercessione a Gesù Cristo e alla Vergine Maria.

La vittoria fu infatti attribuita all'intercessione della Vergine Maria, tanto che Papa Pio V decise di dedicare il giorno 7 ottobre a Nostra Signora della Vittoria successivamente trasformata da Gregorio XIII in Nostra Signora del Rosario, per celebrare l'anniversario della storica vittoria ottenuta, si disse, per intercessione dell'augusta Madre del Salvatore, Maria.

La battaglia di Lepanto fu la prima grande vittoria di un'armata o flotta cristiana occidentale contro l'Impero ottomano.

La sua importanza fu per lo più psicologica, dato che fino a quel momento i Turchi erano stati per decenni in piena espansione territoriale e avevano precedentemente vinto tutte le principali battaglie contro i cristiani d'oriente.

La vittoria dell'alleanza cristiana non segnò comunque una vera e propria svolta nel processo di contenimento dell'espansionismo turco.

Gli Ottomani, infatti, riuscirono già nel periodo successivo ad incrementare i propri domini, strappando, fra l'altro, alcune isole, come Creta, ai veneziani.

La parabola discendente vissuta dall'Impero Ottomano (molto diviso all’interno) nel corso del Seicento, riflette semmai una fase di declino che coinvolse all'epoca tutti i Paesi affacciati nel bacino del Mediterraneo, in seguito allo spostamento verso le rotte oceaniche dei grandi traffici internazionali.

In realtà, poco più di un secolo dopo Lepanto i Turchi erano ancora sotto le mura di Vienna (1683), mentre Venezia dovette combattere altre lunghe guerre con l'Impero ottomano, perdendo infine il controllo su tutte le isole e i porti che possedeva nell’ Egeo, conservando alcune delle isole Ionie. Ed anche oltre nel tempo, la flotta ottomana riuscì a sconfiggere ancora quella veneziana, presso capo Matapan (luogo dolorosissimo per la Regia Marina Italiana nel secondo conflitto mondiale!) al principio del Settecento: segno che l'impero ottomano, pur in relativa decadenza, continuava ad essere una delle principali potenze “europee” e lo sarà fino alla Prima Guerra Mondiale.

Dopo Lepanto, la scarsissima coesione tra i vincitori, impedì alle forze alleate di sfruttare appieno la vittoria, per ottenere una supremazia duratura sugli Ottomani. Non solo: l'esercito cristiano non riconquistò neppure l'isola di Cipro, che era caduta da appena due mesi in possesso ottomano. Ognuno ansioso di tornare ai propri interessi particolari!

Parteciparono alla storica battaglia, tra gli altri cristiani, personaggi appartenenti alle più prestigiose famiglie nobili dell'epoca.

Uno dei più famosi, non nobile di lignaggio, ma d’animo, partecipanti alla battaglia fu lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, che venne ferito e perse l'uso della mano sinistra; fu ricoverato a Messina, al ritorno dalla spedizione navale, presso il Grande Ospedale dello Stretto, e si dice che durante la degenza iniziò il Don Chisciotte della Mancia: un sognatore (un po’ come lo era stato l’Ariosto) che si crede ancora al Medioevo, ai cavalieri e alle spade, mentre la tecnologia della battaglia di Lepanto, diceva che era finita l’epoca delle Crociate ed il “lago” Mediterraneo era ormai specchio di civiltà in decadenza!

 

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