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Il Santo del giorno, 4 Ottobre: S. Francesco d’Assisi, Patrono d'Italia

4 ottobre San Francesco dAssisi n.01

S. Bonaventura da Bagnoregio, per tenere uniti i Francescani, realizzò una vita ufficiale di Francesco. E fece bruciare tutto il resto! Così molte cose della vita del Poverello rimangono sconosciute o incomprensibili. Forse, se tanti documenti, atti, biografie e ricordi (anche di frati a lui molto vicini!) non fossero stati distrutti, potremmo appurare o meno, se la Famiglia di S. Francesco avesse quei legami che si dicono con i nobili Moriconi da Lucca.

di Daniele Vanni

 

 

 

Oggi si celebra, come moltissimi sanno, il Patrono d’Italia: S. Francesco il Poverello d’Assisi. Francesco: che nell'antico tedesco, per indicare forse i Franche che erano pure di origine germanica, sta a significare: libero! 

Già, Francesco, ma da Assisi o da Lucca? Molti storici negano quest’ascendenza della famiglia di Pietro Bernardone il padre di Giovanni, …già: Francesco, al battesimo si chiamava così, dai Moriconi di Lucca, che ebbero il bel palazzo, oggi non proprio in ottime condizioni che si affaccia su via Fillungo e che, per buona parte, si erge sulle rovine dell’Anfiteatro romano del II secolo.

Ma pare accertato, effettivamente, che un ramo di questa famiglia lucchese, che commerciava anche in stoffe, lane e prestava soldi, come la casata del Santo, proprio in Francia (il padre di Francesco si trovava in quelle terre a commerciare quando nacque Giovanni e proprio per ricordare le fortune che aveva fatto oltrealpe, in onore di quelle lande volle cambiargli nome) aveva case e palazzi ad Assisi. In una loro stalla, (denominata proprio come dei Moriconi!) si voleva fosse proprio nato Francesco!

Altri pensano che sia un fraintendimento, però è singolare, che un esponente della famiglia lucchese dei Moriconi, attingendo a questi legami con l’Umbria, per farsi grande con i Francescani (che a Lucca erano una potenza, con i loro conventi come quello di Monte S. Quirico, dove ancora sono, là, dove si trovava nel Medioevo il Castello della famiglia Cotenna, nel XVII sec.) si sia più volte vantato di essere discendente dagli stessi antenati del Santo!

E’ vero che prima di queste affermazioni, cioè prima del ‘600, non si trovano accenni, né nelle biografie del Santo (che furono però “normalizzate” e rese tutte omogenee dal successore di Francesco, Bonaventura da Bagnoregio, che fece tra l’altro bruciare tutto quello che non era “conforme”! né dei documenti che riguardano i discendenti del fratello di Francesco (ne ebbe almeno uno di nome Angelo, ma è probabile, ce ne fossero diversi altri) alcun riferimento a Lucca.

Tralasciando ciò che si trova su Internet, dove vista l’incertezza estrema, ed è cosa ben strana per un santo di tale portata! sulla vita di Francesco, che vorrebbero il Santo d’Assisi addirittura di discendenza ebraica e veneziana! la “leggenda” (ma fate attenzione perché inogni storia antica, vi è qualcosa di vero!) di Francesco proveniente da Lucca, è stata soprattutto rilanciata da Giovanni Joergensen, poeta e scrittore danese (1866-1956) che scrisse nel 1907 la biografia del Santo e divenne per questo (forse gli amministratori non avevano ben letto il libro!) anche cittadino onorario di Assisi!

I Moriconi, ricca, come quella di Francesco e nobile (il Santo invece lo era solo da parte di madre, la provenzale Madonna Pica, che si vuole di origine francese, addirittura proveniente dai De Bourlemont, ma la rivendicano anche nelle Marche!) famiglia lucchese, parteciparono assai attivamente alla vita politica della città.

La Famiglia lucchese dei Moriconi si dicevano discendenti di un Ropaldo (inizio sec. XI), il cui figlio, Giovanni, detto Moricone per il colorito scuro della pelle, aveva imposto, nel 1099, quel nome al secondo dei suoi figli, Morico (o Moricone).

Da allora, Moricone, Giovanni e più tardi Bartolomeo divennero i nomi ricorrenti nella famiglia.

«Proprietari di torri, palazzi, portici e curie» (Gamurrini, 1668, p. 433), i Moriconi parteciparono attivamente alla vita della città e ricoprirono diverse cariche.

Dai nipoti di Moricone, Arrigo e Giovanni, derivarono due rami della famiglia:

-      il primo, da Moricone figlio di Arrigo, dopo cinque generazioni (Giovanni, Tommaso, Bartolomeo, Bartolomeo, Marcantonio), alla metà del XVI secolo, si divise a sua volta in due rami, con i figli di Marcantonio: Giovanni, nato nel 1540, e Libertà nel 1541.

-      La discendenza di Giovanni si estinse invece precocemente con Datone nel XIV secolo.

Attivi nella vita pubblica – le cronache ricordano in particolare Bartolomeo (nato nel 1460), dottore in legge, e Libertà (1541), famoso giureconsulto e ambasciatore della Repubblica – i Moriconi furono una delle più importanti compagnie commerciali e finanziarie cittadine, presente sulle diverse piazze europee.

Nel ‘500, i Lucchesi, spostatisi dalla tradizionale posizione filofrancese, verso gli Asburgo, e non rinnovando le loro “botteghe” di seta adeguatamente, persero progressivamente i mercati, spostandosi allora verso quelli dell’Est.

I Moriconi, che nella loro bottega a Lucca, condotta da Francesco di Bartolomeo e da Bartolomeo di Marcantonio, già lavoravano soprattutto per la Polonia, vi si trasferirono nei primi anni del Seicento: Bartolomeo di Giovanni (nato a Lucca nel 1574) giurò come cittadino di Cracovia il 28 maggio 1616 e suo figlio Giovanni (morto a Cracovia nel 1631) il 2 agosto 1623.

I Moriconi furono, con i Bottini, i primi lucchesi a impegnarsi anche sul mercato finanziario; di lí a poco i Bottini fallirono, non riuscendo a riscuotere i propri crediti, soprattutto quelli sostanziosi dei Montelupi, invano inseguiti dalle ingiunzioni dei tribunali.

«L’aria pollacca … ordinariamente fa le persone poco adatte a pagare i loro debiti», scriveva nell’ottobre del 1669 Ottavio Mansi ai Mansi di Cracovia (Archivio di Stato di Lucca, Archivio Mansi, 296, cc. n.n.; in Mazzei, 1977, p. 107) riferendosi ai prestiti concessi in occasione dell’incoronazione di Michele Wiśniowiécki.

La costruzione di Palazzo Pfanner, sede tra l'altro in una sua ala, del celeberrimo Liceo Classico "Machiavelli", risale al 1660, e furono proprio i Moriconi, membri del patriziato mercantile lucchese, a commissionarlo.

Travolti da un fallimento economico, essi furono costretti nel 1680 a vendere l'edificio ai Controni, anch'essi mercanti della seta ascesi al rango nobiliare.

I Moriconi si divisero dunque in proficua collaborazione tra Lucca e Cracovia: Lorenzo di Giovanni curò gli affari in patria; i nipoti Scipione ed Enrico, con il figlio Frediano, si trasferirono e presero la cittadinanza polacca (rispettivamente nel 1642, 1630 e 1637).

Nato a Lucca il 6 luglio 1622 da Lorenzo e Vittoria di Lelio Barsotti, Frediano aprì nuove prospettive alla famiglia: impiantò una propria attività e accumulò in pochi anni un ingente patrimonio.

Nel 1665, non potendogli restituire il prestito di 60.000 talleri, il re Giovanni II Casimiro Vasa gli donò un feudo in Lituania. Frediano vi si trasferì, ed essendo senza eredi, chiamò presso di sé i nipoti Scipione (nato a Lucca il 10 gennaio 1642) e Giovanni Carlo (nato a Lucca il 22 gennaio 1647), figli di Bartolomeo (nato a Lucca nel 1620 da Marcantonio e dalla cugina Virginia Moriconi) che fecero della Lituania la loro nuova patria, pur avendo conservato sino ad allora stretti legami con Lucca, tanto che battezzarono i figli a S. Giovanni o S. Frediano e seppellirono i propri cari nella tomba di famiglia in S. Pier Cigoli.

In Lituania, la famiglia s’inserì nel ceto dirigente e molti “Morykoni” si segnalarono nella vita politica e culturale del paese.

Della prima generazione si ricordano Jan, allievo di Stanisław Brezanowski, autore di versi pubblicati sulla Olimpias Akademica nel 1655, e Aleksander (1682-1752), entrato nell’Ordine dei gesuiti nel 1703, poi rettore del Collegio di Niéswicz e professore a Varsavia. Successivamente i figli di Marcian, governatore di Wilkomierz e di Alessandra Tyzenhauz: Benedikt Beniamin (morto nel 1794), scrittore in lituano, e Ignacy (morto nel 1823), prefetto di Wilkomierz, insignito nel 1782 dell’Ordine di S. Stanislao. Attivissimo nella vita e nella discussione politica, Ignacy partecipò come membro della Dieta al dibattito sulla liberazione dei contadini (1817). Fu sepolto a Traszkuny, nella tomba di famiglia nella chiesa dei Bernardini da poco ricostruita in pietra.

Raggiunsero posizioni di rilievo anche i cugini Michał Tadeusz (1720- 1788), di Krzysztof, vicemaresciallo del Tribunale di Lituania (1759-60), legatissimo alla potente famiglia dei Radziwiłł, e Kajetan (1774-1830), di Jakob, laureato in legge a Cracovia, rettore della Scuola del Voivodato di Plock e organizzatore della prima biblioteca pubblica di Lublino (1811-12).

Infine Ferdynand, emigrato in America, e divorato da un coccodrillo nell’Illinois alla metà del 1864.

E torniamo a Francesco ai suoi ultimi momenti terreni, che non furono facili, ma sottolineamo, anche qui, che si tratta di agiografie, molto rimaneggiate e, per di più che i successori, soprattutto Bonaventura da Bagnoregio, fece bruciare tutto quanto si era scritto e raccolto sulla sua vita che a loro non sembrava “congruo” a quanto volle scritto nella vita ufficiale!!

E forse si è perso moltissimo della vita di Francesco, che oggi, al di là dei racconti ufficiali è pressochè sconosciuta e per questo mostra tantissimi aspetti incomprensibili o misteriosi che hanno dato così adio acento ricostruzioni!

Secondo le agiografie, il 14 settembre 1224, due anni prima della morte, mentre si trovava a pregare sul monte della Verna (luogo su cui in futuro sorgerà l'omonimo santuario) e dopo 40 giorni di digiuno, Francesco avrebbe visto un Serafino crocifisso. Al termine della visione gli sarebbero comparse le stigmate: «sulle mani e sui piedi presenta delle ferite e delle escrescenze carnose, che ricordano dei chiodi e dai quali sanguina spesso».

Tali agiografie raccontano inoltre che sul fianco destro aveva una ferita, come quella di un colpo di lancia. Fino alla sua morte, comunque, Francesco cercò sempre di tenere nascoste queste sue ferite.

Nell'iconografia tradizionale successiva alla sua morte, Francesco è stato sempre raffigurato con i segni delle stigmate. Per questa caratteristica Francesco è stato definito anche «alter Christus».

Negli anni seguenti Francesco fu sempre più oggetto di varie malattie (soffriva infatti di disturbi al fegato, oltre che alla vista. Forse un tracoma contratto in Oriente dove andò nel corso della V° Crociata e dove sfidò i saggi musulmani, a rischio della vita ed incontrò Saladino. Francesco era così attratto dall’Oriente, forse per la sua origine provenzale, - il “giullare di Dio! come si definiva, in gioventù aveva fatto anche il trovadore! - per parlare più lingue, e per la sua comunanza con Catari e Valdesi, che si era imbarcato, senza riuscire nel viaggio, più e più volte!).

Varie volte gli furono tentati degli interventi medici, per lenirgli le sofferenze, ma inutilmente. Nel giugno 1226, mentre si trovava alle Celle di Cortona, dopo una notte molto tormentata dettò il "Testamento", che volle fosse sempre legato alla "Regola", in cui esortava l'ordine a non allontanarsi dallo spirito originario.

Nel 1226 si trovava alle sorgenti del Topino, presso Nocera Umbra; egli però chiese ed ottenne di poter tornare a morire nel suo "luogo santo" preferito: la Porziuncola. Qui la morte lo colse la sera del 3 ottobre.

Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni.


Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell'infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguetii e voli di gioia.

Il suo corpo, dopo aver attraversato Assisi ed essere stato portato perfino in San Damiano, per essere mostrato un'ultima volta a Chiara, ed alle sue consorelle, venne sepolto nella chiesa di San Giorgio. Da qui la sua salma venne trasferita nell'attuale basilica nel 1230 (quattro anni dopo la sua morte, due anni dopo la canonizzazione).

S. Bonaventura da Bagnoregio, per tenere uniti i Francescani, realizzò una vita ufficiale di Francesco. E fece bruciare tutto il resto! Così molte cose della vita del Poverello rimangono sconosciute o incomprensibili.

Forse, se tanti documenti, atti, biografie e ricordi (anche di frati a lui molto vicini!) non fossero stati distrutti, potremmo appurare o meno, se la Famiglia di S. Francesco avesse quei legami che si dicono con i nobili Moriconi da Lucca.

Salmo 141

 

[1] Salmo. Di Davide.

 

Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;

ascolta la mia voce quando t'invoco.

[2] Come incenso salga a te la mia preghiera,

le mie mani alzate come sacrificio della sera.

[3] Poni, Signore, una custodia alla mia bocca,

sorveglia la porta delle mie labbra.

[4] Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male

e compia azioni inique con i peccatori:

che io non gusti i loro cibi deliziosi.

[5] Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri,

ma l'olio dell'empio non profumi il mio capo;

tra le loro malvagità continui la mia preghiera.

[6] Dalla rupe furono gettati i loro capi,

che da me avevano udito dolci parole.

[7] Come si fende e si apre la terra,

le loro ossa furono disperse alla bocca degli inferi.

[8] A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi;

in te mi rifugio, proteggi la mia vita.

[9] Preservami dal laccio che mi tendono,

dagli agguati dei malfattori.

[10] Gli empi cadono insieme nelle loro reti,

ma io passerò oltre incolume.   

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