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Accadde oggi, 14 settembre: anno 326, S. Elena ritrova la Vera Croce - 1321, a Parigi, nasce la Menestrelleria, la corporazione dei cantautori!

14 settembre georges de la tour

Forse prorprio in questa stessa data, moriva Dante Alighieri!

Ma l'Italia era ben lontana, come oggi, dalle avanguardie musicali, quelle profane: tanto che nel 1321, già in Francia s'istituiva una propria e vera corporazione di cantanti e menestrelli!

di Daniele Vanni

 

 

 

Come si spiega che il maggior poeta-cantautore del ‘900 italiano, traesse gran parte della sua ispirazione dalla Francia? Certo De Andrè, essendo profondamente genovese, la Francia l’aveva ad un tiro di schioppo. Anche culturalmente e storicamente. Ma sta di fatto che là, come tante altre cose, la musica, quella profana, di strada era presa molto più sul serio che da noi. Tanto che a Parigi, il 14 settembre 1321, con il termine Ménéstrandise (in francese, "menestrelleria") si fondava la corporazione dei musicisti, giullari e menestrelli!

La data vi ricorda qualcosa…di scuola? Certo, è proprio la data di morte di Dante! Lui, di bassa ma antichissima nobiltà, per far politica, nella vera e propria rivoluzione borghese del 1290, dovette iscriversi ad una corporazione, ad una attività! Ma nell’avanzatissima Firenze, patria delle corporazioni, non esisteva quella degli scrittori, né, tantomeno, quella dei musicisti, e l’Alighieri dovette iscriversi a quelle dei medici e speziali, per esercitare politica! confermata da statuti nel 1407 e 1659 ed esistita fino al 1776.

La Ménéstrandise, o corporazione dei menestrelli, creata anche per contrastare i musicisti vagabondi, la cui attività, che era invece stata altamente produttiva, cominciava ora, nella società borghese, ad essere considerata degradante, era in effetti una strutturata con una ferrea gerarchia: un'assemblea ristretta di maestri, tre governatori e il direttore generale, che aveva il titolo di roi des ménétriers (re dei menestrelli) o roi des violons (re dei violini) che era nominato personalmente dal re di Francia!

La Ménéstrandise possedeva diversi immobili a Parigi in rue des Petits-Champs, rue Saint Martin, rue des Croissants e aveva anche la propria chiesa, chiamata Saint-Julien-des-Ménétriers, distrutta durante la rivoluzione francese.

Istruiva e formava i musicisti secondo un percorso di studi di quattro anni, riconoscendoli ufficialmente dopo un esame sostenuto alla presenza del re o di un suo luogotenente.

Tutte queste caratteristiche dimostrano che la Ménéstrandise mirava a istituzionalizzare la professione del musicista dando loro uno status sociale borghese e fornendo loro rispettabilità, segnando così un confine fra i vecchi menestrelli medioevali e i suoi membri. Ma è discusso se la ghironda, il classico strumento del musicista mendicante, fosse o meno inclusa nell'elenco degli strumenti musicali redatto dalla Ménéstrandise.

La menestrelleria fiorì nel XVI secolo, sia con gli strumenti detti "alti" (come il violino, ad esempio) che con quelli detti "bassi" (la ghironda) ed era praticata da gruppi di musicisti professionisti o semi-professionisti. La corporazione cercò di estendere su tutti i musicisti la propria autorità, compresi organisti, clavicembalisti e strumentisti della corte reale. Solo chi pagava la quota d'iscrizione alla Ménéstrandise poteva suonare in pubblico.

La Ménéstrandise venne abolita nel febbraio 1776 a seguito della pubblicazione di un editto che sanciva la libertà delle arti e la soppressione delle vecchie corporazioni.

Una bella storia che continua quella, da cui tanto attinge Fabrizio De Andrè, dei trovatori o trovadori compositori ed esecutori di poesia lirica in lingua d'oc, parlata, in differenti varietà regionali, in quasi tutta la Francia a sud della Loira, che non utilizzarono il latino, la lingua colta degli ecclesiastici.

Perché parlavano volutamente di cose terrene, soprattutto l’amore, come nel minnesang tedesco, cantati di contrada in contrada dai Minnesänger che vengono ricordati nella trama di "I maestri cantori di Norimberga" di Richard Wagner.

In questa data voglio anche ricordare, una straordinaria cantante, una delle maggiori di tutti i tempi, nella sua brevissima e terribile parabola, dove ha mostrato il canto e la composizione e come una nasce con la nusica dentro: la splendida e tragica Amy Winehouse!

Cantautrice, stilista, produttrice discografica, troppo brava a costruire, quanto a distruggere se stessa, nata appunto il 14 settembre 1983, appena ieri l’altro e morta a 27 anni come tantissimi, troppi rockers (un’etichetta come quella di interprete o autrice che va strettissima al genio di Amy Jade), quelli del maledetto “Club dei 27”!

Era il 23 luglio 2011 e a me non pare morta. Anche se su Internet girano, come sempre è stato nei momenti più tragici della sua esile e grandiosa esistenza, addirittura le foto del suo cadavere!!! Ha accanto alla mano sinistra, mi pare, ma non voglio andare a rivedere quegli scatti! un pupazzetto di Minnie! Non so se quei maledetti sciacalli che hanno scattato e diffuso queste immagini che un civiltà veramente umana avrebbe dovuto rimuovere da tempo, abbiano loro stessi messa “Minnie” accanto al corpo privo di vita di Amy.

A me piace pensare di no! Perché Minnie, fin dalle prime uscite è una donna in cotinuo pericolo che viene immancabilmente salvata da Topolino!!! A lei, questo salvataggio è sempre mancato. Ed è inutile crociffiggere il padre che l’avrebbe trascurata o altro: chi le ha donato dei doni e tale sensibilità come il suo genitore, forse si trovava davanti un compito troppo grande.

In una delle prime uscite di Minnie, (1929) viene spazzata via da un’onda e solo l’eroico Topolino la soccorre, la porta a riva. Ma lei non si tranquillizza finchè il suo fidanzato non le canta “Rocked in the cradle of the deep” una vecchia ballata marinara.

Un giorno Amy era in riva al mare e vide una signora che per le onde stava affogando. Non esitò un momento e riuscì a portarla su uno scoglio! Non era nuova a far del bene ed aiutare chi era in difficoltà. Non l’hanno fatto in tanti con Lei! Nessuno Le ha cantato quella ballata di Topolino, che in italiano con una traduzione approssimativa, suona: “Cullata nella culla del profondo”!!! Che, forse, carissima Amy, ti avrebbe salvata!

 

Il ritrovamento della Vera Croce. Inventio 

 

Vera Croce è il nome dato alla croce sulla quale Gesù fu crocifisso.

 La reliquia sarebbe stata ritrovata a Gerusalemme nel IV secolo dalla madre dell'imperatore romano Costantino I, Flavia Giulia Elena, poi S. Elena, il 14 Settembre del 320.

Secondo la tradizione cristiana, la Vera Croce venne ritrovata a Gerusalemme nel IV secolo, e conservata in parte lì, in parte a Costantinopoli e Roma.

La reliquia di Gerusalemme vi rimase fino al 1187, quando se ne persero le tracce, dopo la conquista della Città Santa da parte del Saladino.

In diversi luoghi esistono frammenti che si vorrebbe provengano da essa.

La prima attestazione del culto della Croce risale al 348: gli storici ritengono quindi che si tratti di una leggenda.

Vi sono infatti numerose indicazioni secondo le quali il racconto del ritrovamento potrebbe essere successivo al 337, anno in cui Eusebio di Cesarea scrive la Vita di Costantino, in cui racconta che Costantino I trovò la tomba di Gesù, senza fare alcuna menzione della croce.

 In particolare Eusebio ricorda che gli scavi per la scoperta della tomba furono portati avanti da Macario di Gerusalemme, per volere di Costantino, il quale aveva avuto un sogno premonitore (luglio 325); la chiesa fu dedicata nel settembre 335, ma ancora non vi è traccia della Croce.

Nel 340-345 un pellegrino di Bordeaux, visitando Gerusalemme, afferma l'esistenza del complesso costruito da Costantino (una grande basilica, il martyrium, un atrio chiuso da un triportico costruito attorno alla tradizionale roccia del Calvario, e una chiesa rotonda, anastasis, che conteneva il sepolcro), ma non cita la Croce.

Le Catechesi di Cirillo, però, riferiscono della Croce; essendo state scritte tra il 348 e il 350, permettono di datare la tradizione del ritrovamento verso gli anni 340.

I racconti

Socrate Scolastico (nato nel 380 circa) fornisce un resoconto del ritrovamento nella sua Storia ecclesiastica.

 Narra come Elena, madre di Costantino I, avesse fatto distruggere il tempio pagano posto sopra al Sepolcro e, riportatolo alla luce, vi ritrovò tre croci e il Titulus crucis (il cartello posto sulla croce di Gesù).

Secondo il racconto di Socrate, Macario, vescovo di Gerusalemme, fece porre le tre croci una per volta sopra il corpo di una donna gravemente malata. La donna, miracolosamente, guarì perfettamente al tocco della terza croce, che venne identificata con l'autentica croce di Cristo.

Socrate sostiene che fossero stati ritrovati anche i chiodi della crocefissione e che Elena li avesse mandati a Costantinopoli, dove furono incorporati nell'elmo dell'imperatore e uno fu trasformato nel morso del proprio cavallo (questo morso sarebbe quello conservato prima nell'antica Basilica di Santa Tecla e, dopo la traslazione del 1548 voluta dal Vescovo Carlo da Forlì, nel Duomo di Milano, a decine di metri d'altezza dal suolo). Secondo una tradizione (contraddetta da un'analisi recente che ne avrebbe mostrato la composizione d'argento) un altro chiodo dovrebbe circondare l'interno della corona ferrea, oggi conservata nel Duomo di Monza.

Sozomeno (morto nel 450 circa), nella sua Storia ecclesiastica, fornisce in pratica la stessa versione di Socrate. In più egli aggiunge che era stato detto (non specifica da chi) che il luogo del sepolcro era stato «...rivelato da un ebreo che abitava ad est, e che aveva tratto questa informazione da certi documenti ereditati da suo padre» (lo stesso autore mette però in dubbio l'autenticità di questo aneddoto) e che un morto era stato resuscitato dal tocco della Croce. Versioni più tarde della vicenda, di tradizione popolare, sostengono che l'ebreo che aveva aiutato Elena si chiamasse Giuda, e che in seguito si fosse convertito al Cristianesimo e avesse preso il nome di Ciriaco.

Teodoreto di Cirro (morto intorno al 457) riferisce quella che era divenuta la versione comune del ritrovamento della Vera Croce:

« Quando l'imperatrice scorse il luogo in cui il Salvatore aveva sofferto, immediatamente ordinò che il tempio idolatra che lì era stato eretto fosse distrutto, e che fosse rimossa proprio quella terra sulla quale esso si ergeva. Quando la tomba, che era stata così a lungo celata, fu scoperta, furono viste tre croci accanto al sepolcro del Signore. Tutti ritennero certo che una di queste croci fosse quella di nostro Signore Gesù Cristo, e che le altre due fossero dei ladroni che erano stati crocifissi con Lui. Eppure non erano in grado di stabilire a quale delle tre il Corpo del Signore era stato portato vicino, e quale aveva ricevuto il fiotto del Suo prezioso Sangue. Ma il saggio e santo Macario, governatore della città, risolse questa questione nella seguente maniera. Fece sì che una signora di rango, che da lungo tempo soffriva per una malattia, fosse toccata da ognuna delle croci, con una sincera preghiera, e così riconobbe la virtù che risiedeva in quella del Signore. Poiché nel momento in cui questa croce fu portata accanto alla signora, essa scacciò la terribile malattia e la guarì completamente »

(Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, Capitolo XVII)

Con la Croce furono anche rinvenuti i Sacri Chiodi, che Elena portò via con sé a Costantinopoli. Secondo Teodoreto, «[Elena] fece trasportare parte della croce di nostro Signore a palazzo. Il resto fu chiuso in un rivestimento d'argento e affidato al vescovo della città, che fu da lei esortato a conservarlo con cura, affinché potesse essere tramandato intatto ai posteri».

La conservazione delle reliquie

Il reliquiario d'argento, custodito nella chiesa dal Vescovo di Gerusalemme, era mostrato periodicamente ai fedeli. Negli anni intorno al 380 una pellegrina cristiana di nome Egeria, recatasi a Gerusalemme in pellegrinaggio, descrisse la venerazione della Vera Croce in una lunga lettera, l'Itinerarium Egeriae, che mandò alla sua comunità religiosa:

« Quindi una sedia viene posta per il vescovo sul Golgota dietro la Croce, che adesso è in piedi; il vescovo prende posto sulla sedia, e davanti a lui viene posta una tavola coperta di un panno di lino; i diaconi stanno in piedi attorno alla tavola, e vengono portati uno scrigno argentato in cui si trova il sacro legno della Croce e la condanna, e posati sul tavolo. Lo scrigno viene aperto e [il legno] viene preso, e sia il legno che la condanna vengono posati sul tavolo. Ora, quando viene messo sul tavolo, il vescovo, sedendosi, mantiene con fermezza le estremità del sacro legno, mentre i diaconi fermi tutto attorno lo sorvegliano. Esso viene così sorvegliato perché è tradizione che le persone, sia i fedeli che i catecumeni, vengano una alla volta, inginocchiandosi davanti al tavolo, per poi baciare il sacro legno e allontanarsi. E a causa di ciò, non so quando successe, si dice che qualcuno abbia morso e quindi rubato una scheggia del sacro legno, ed è quindi sorvegliato dai diaconi che stanno tutt'attorno, nel caso che uno di quelli che vengono dovesse tentare di farlo di nuovo. E quando le persone passano una ad una, tutte inchinandosi, toccano la Croce e la condanna, prima con la fronte e poi con gli occhi; poi baciano la Croce e passano, ma nessuno stende la mano per toccarla. Quando hanno baciato la Croce e si sono allontanati, un diacono regge l'anello di Salomone e il corno con cui venivano Consacrati i Re; baciano il corno e guardano l'anello; »

A lungo, in precedenza, ma forse non fino alla visita di Egeria, era possibile anche venerare la corona di spine. Dopo varie peripezie dovrebbe essere finita a Costantinopoli, dove fu molto venerata ma alla fine fu data in pegno al re di Francia in cambio di una grande somma di denaro. Restò in Francia e, per la sua conservazione, è stata costruita la Sainte Chapelle, gioiello del gotico.

A Gerusalemme si poteva venerare anche il palo a cui Cristo fu legato per la flagellazione e la Sacra Lancia, con cui Longino gli trafisse il fianco.

Inutile ricordare che di molte reliquie della Passione vi erano duplicati in mezzo mondo.

Il poema in antico inglese Dream of the Rood menziona il ritrovamento della Croce e l'inizio della venerazione delle sue reliquie.

Una leggenda medioevale (la Leggenda della Vera Croce) narra che essa fu costruita utilizzando l'Albero di Jesse (padre di re Davide), che è identificato con l'Albero della Vita, che cresceva nel Giardino dell'Eden.

Vicende successive

Nel 614 il re dei re persiano, Cosroe II, dopo aver preso Gerusalemme, trafugò la Croce come trofeo e la portò nella sua capitale, Ctesifonte. Tredici anni dopo, nel 628, l'imperatore d'Oriente Eraclio sconfisse Cosroe e recuperò la Croce, che portò prima a Costantinopoli e poi restituì a Gerusalemme.

Attorno al 1009, i cristiani di Gerusalemme nascosero la Croce e nascosta rimase fino al suo ritrovamento, avvenuto durante la prima crociata, il 5 agosto 1099, per mano di Arnolfo Malecorne, primo patriarca latino di Gerusalemme, in un momento in cui il morale aveva bisogno di essere tenuto alto.

La reliquia scoperta da Arnolfo era un piccolo frammento di legno incastonato in una croce in oro. Divenne la più sacra reliquia del regno di Gerusalemme, e non fu soggetta a nessuna delle controversie che avevano seguito in precedenza la scoperta della Sacra Lancia ad Antiochia. Fu conservata nella basilica del Santo Sepolcro sotto la protezione del patriarca latino, che la portava in marcia alla testa dell'esercito prima di ogni battaglia.

Fu portata anche sul campo della battaglia di Hattin nel 1187, ma l'esercito cristiano fu messo in rotta dal Saladino e della Vera Croce si persero successivamente le tracce.

 Sicuramente fu presa dai musulmani e nelle cronache islamiche si ricorda come Saladino ne rifiutasse la restituzione ai rappresentanti cristiani che gliela chiedevano, ricordando loro come Gesù fosse per l'Islam un grandissimo profeta, degno di essere ricordato.

Frammenti della Vera Croce

Secondo la tradizione, prima della scomparsa della Croce, diversi frammenti ne vennero staccati e largamente distribuiti.

Ad Alberobello nella Chiesa Matrice Basilica Minore Pontificia Santuario Parrocchia dei Santi Medici patroni di Alberobello e viene esposta il 14 settembre e nel Triduo Pasquale che è stata donata dal vescovo della diocesi di Conversano dell'epoca.

Oggi il Monastero di Santo Toribio de Liébana, in Spagna, ospita il più grande di questi pezzi, ed è una delle mete di pellegrinaggio più visitate della Chiesa Romana Cattolica.

Un altro dei maggiori frammenti della Vera Croce si trova presso l'Abbazia di San Silvestro I Papa di Nonantola (MO) ed è visibile oggi presso il Museo diocesano d'arte sacra e benedettino dell'Abbazia di Nonantola, nella sezione del Tesoro Abbaziale.

Nella costruzione del reliquiario contenente il suddetto frammento, alcune schegge e ritagli furono donati dal Cardinale Antonio Barberini Junior al suo segretario, originario di Mola di Bari, Mons.Giacomo Teutonico. Costui le consegnò a suo fratello, Giuseppe che, infine, le cedette a suo nipote, Don Nicola Teutonico. Don Nicola donò le Reliquie a persone illustri di sua conoscenza di varie parti d'Italia (Milano, Fermo, Alessano, Rutigliano). Il Teutonico donò a Mola di Bari, suo paese d'origine, due pezzetti della Sacra Croce.

Nel 348, in una delle sue Catecheses, Cirillo di Gerusalemme sostiene che "tutta la Terra è piena delle reliquie della Croce di Cristo", e in un'altra «...il santo legno della Croce ci porta una testimonianza, visibile tra noi in questo giorno, e che da questo luogo adesso si è diffusa nel mondo intero, per mezzo di coloro che, nella loro fede, ne asportano dei pezzi».

 Il resoconto di Egeria dimostra quanto queste reliquie della crocifissione fossero ritenute preziose. Giovanni Crisostomo riferisce che i frammenti della Vera Croce erano conservati in reliquiari d'oro, «che gli uomini con reverenza portavano sulla loro persona».

Attorno all'anno 455, Giovenale di Gerusalemme, Patriarca di Gerusalemme inviò a Papa Leone I un frammento del "prezioso legno", secondo le "Lettere" di Papa Leone. Una parte della Croce fu portata a Roma nel VII secolo da Papa Sergio I, che era di origine Bizantina.

Si dice che un'iscrizione del 359, trovata a Tixter, nei dintorni di Sétif, in Mauritania, riportasse, in un elenco di reliquie, un frammento della Vera Croce, secondo una voce delle Roman Miscellanies, X, 441.

Ma la maggior parte delle reliquie più piccole arrivò in Europa da Costantinopoli. La città fu presa e saccheggiata durante la Quarta Crociata, nel 1204:

« Dopo la conquista della città di Costantinopoli, fu trovata una ricchezza inestimabile, gioielli incredibilmente preziosi e anche una parte della Croce di Cristo, che Elena spostò da Gerusalemme e che fu decorata con oro e pietre preziose. In quel luogo era tenuta in somma ammirazione. Venne divisa dai presenti vescovi e spartita fra i cavalieri assieme alle altre reliquie preziose; in seguito, al ritorno in patria, fu donata a chiese e monasteri. »

(Chronica regia Coloniensis - sub annorum 1238 - 1240. pagina 203)

Alla fine del Medioevo così tante chiese sostenevano di possedere un pezzo della Vera Croce, che Giovanni Calvino in aperta polemica contro la Chiesa Cattolica affermò ironicamente che tutte queste supposte reliquie avrebbero potuto riempire una nave:

« Non c'è un'abbazia così povera da non averne un esemplare [di reliquia della Croce]. In alcuni luoghi se ne trovano grossi frammenti, come nella Santa Cappella, a Parigi, a Polictiers, e a Roma, dove si dice che ne sia stato ricavato un crocifisso di discrete dimensioni. In breve, se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave. Tuttavia i Vangeli mostrano che poteva essere trasportata da un solo uomo. »

(Giovanni Calvino, Traité Des Reliques.)

Tuttavia, anche se la frase di Calvino è tuttora presa alla lettera da molti commentatori, e anche se è chiaro che molti dei pezzi esistenti della Vera Croce siano delle contraffazioni create dai mercanti viaggiatori durante il Medioevo, l'affermazione non è corretta.

Infatti, nel 1870 Rohault de Fleury, nel suo libro Mémoire sur les instruments de la Passion ("Memorie sugli strumenti della Passione"), stese un catalogo di tutte le reliquie conosciute della Vera Croce, sostenendo che, al contrario di quanto affermato da altri autori, i presunti frammenti della Croce, raccolti insieme, ammonterebbero al volume di soli 0,004 metri cubi, cioè 4 dm quadrati corrispondenti ad un volume di appena 4 litri. Rohault calcolò, supponendo che la Croce fosse stata di legno di pino (in base alle sue analisi al microscopio dei campioni) e assegnandole un peso di circa settantacinque chilogrammi, possiamo calcolare il volume originale della croce essere 0,178 metri cubi. Resta quindi un volume di 0,174 metri cubi di legno ancora dispersi, distrutti o non conteggiati, il che induce anche a pensare che ad Hattin sia andata perduta quasi l'intera croce.

In effetti non abbiamo informazioni credibili sulla struttura della croce, che di solito non era in un pezzo unico, ma costituita da un palo (fisso) e da un'asse (mobile) a volte costituita dal chiavistello di una porta; quindi il volume stimato da Rohault potrebbe essere errato.

Questa incertezza deriva dal fatto che abbiamo un'idea insufficiente sulle dimensioni e volume degli strumenti per la crocefissione in epoca romana. In ogni caso 0,004 metri cubi, pari a un cubo di circa 16 cm di lato, oppure a un palo lungo un metro e del diametro di soli 7 cm circa, sono certamente molto meno del volume che la croce poteva avere.

La quantità di legno della croce presente nell'antichità impressionava comunque anche i credenti, e coloro che credevano all'autenticità della reliquia davano diverse spiegazioni. Ad esempio Paolino invoca il miracolo della "reintegrazione delle croce": ovvero, per quanti pezzi e schegge se ne possano togliere, la Vera Croce resta sempre integra.

Quattro schegge della Croce - di dieci frammenti con prove documentate degli Imperatori Bizantini - provenienti da chiese Europee: Santa Croce in Gerusalemme a Roma, Notre Dame de Paris, il Duomo di Pisa e Santa Maria del Fiore - sono stati analizzati al microscopio, concludendo con: «I pezzi vengono tutti da legno di olivo».

 

Altre schegge sono conservate in alcune parrocchie in Italia.

La parrocchia di Civitella Casanova (PE) possiede, accuratamente riposte in un reliquiario d'argento, delle reliquie attribuite alla Croce di Cristo.

A Chiaramonte Gulfi (RG) si conservano due frammenti del legno della vera croce: uno custodito nella Chiesa di San Vito in un prezioso reliquiario in filigrana di argento e l'altro nella Chiesa Commendale del S.M.O.M. di San Giovanni Battista custodito in un reliquiario di argento, insieme ad altre reliquie, e accompagnata da un documento che ne afferma l'autenticità.

A Gerace (RC) si conserva un piccolissimo frammento della croce in un grande reliquario contenente 100 tessuti dei santi.

A Mola di Bari (BA), dal 1713, il Venerdì Santo, ha luogo la processione del Santissimo Legno, che, su disposizione dell'Arcivescovo di Bari, Mons. Gaeta Senior, segue il percorso originario da ormai 300 anni. La reliquia, conservata nella chiesa Matrice dedicata a San Nicola di Bari, presenta i due frammenti disposti a forma di croce in un'urna di cristallo racchiusa in una croce d'argento. Sempre su volere dell'Arcivescovo Gaeta Senior, alla processione devono prendere parte tutte le maggiori cariche cittadine e religiose.

A Rutigliano (BA) il Venerdì Santo ha luogo la processione del "Sacro Legno", reliquia della Croce conservata nella Chiesa Matrice della città (Collegiata Santa Maria della Colonna S. Nicola, XI sec.), a cui partecipano tutte le congreghe, le associazioni ecclesiali, le autorità ed il popolo.

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