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Il Santo del giorno, 1 Settembre: Giosuè, il Patriarca successore di Mosè, conquistatore della Terra Promessa - S. Egidio (Gilles), Patrono di lebbrosi, epilettici e storpi, dell'allattamento e di coloro che sono afflitti da sterilità

1 settembre Egidio Hans Memling 005 copia copia

Prima salva una cerva dalla freccia di un re visigota, e ne ottiene terre per fare un'abbazia.

Poi assolve Re Carlo Martello che respinse i Musulmani (i Franchi hanno intanto unificato, il regno assorbendo Visigoti e Burgundi, germanici) da un peccato indicibile!

Un Patriarca, un capostipite. Nella Bibbia ce ne sono una ventina, tra antidiluviani e successivi. Da Adamo, ad Abramo, a Mose, a Giosuè, appunto.

(Sant'Egidio e la cerva, di Hans Memling, 1491 circa. Museo di Arte e Storia Culturale Sant'Anna, Convento Lübeck)

di Daniele Vanni

Sant' Egidio, in francese: Gilles, (640? – 720?), è stato un eremita (e probabilmente abate) di un monastero nel sud della Francia.

È una figura di santo divenuta molto popolare nel Medioevo in seguito a numerose leggende, ma del quale non si hanno notizie sicure.

Secondo alcuni, nacque ad Atene, da famiglia nobile, all'inizio del secolo VII e in seguito si recò in Provenza, dove fondò un monastero nei pressi di Arles in cui fu nominato abate. Qui Egidio morì, probabilmente nel 725, e il monastero venne chiamato con il suo nome: "Abbazia di Saint-Gilles".

La più antica recensione della sua vita, databile al X secolo e riportata anche dalla Legenda Aurea, narra che Egidio, venuto in Gallia da Atene, dopo una breve sosta in Provenza, si era ritirato a vivere in vita eremitica in un luogo deserto della Settimania, (la regione detta Linguadoca-Rossiglione, con capitale Narbona), presso le foci del Rodano, l’odierna meravigliosa Camargue. In una foresta, stabilì la sua dimora, vivendo in preghiera, fra austerità e digiuni. Si nutriva di erbe, di radici, di frutti selvatici, dormiva su nuda terra, e suo guanciale era un sasso. Il Signore ebbe pietà di lui e gli mandò una cerva che gli forniva giornalmente il latte. Durante una battuta di caccia, l'animale si salvò perché Egidio fu colpito al suo posto da una freccia scagliata dal re dei Goti (Visigoti, forse), Flavio, rimanendo ferito ad una mano. Il sovrano donò allora all'eremita delle terre sulle quali egli costruì un monastero di cui divenne abate.

Diffusasi ormai la sua fama di santità, Egidio fu invitato da Carlo Martello, che lo supplicò di pregare, per ottenergli il perdono di una colpa che non osava confessare a nessuno.

Non quella che compie nella canzone di De Andrè e Villaggio, ma certo qualche trama sanguinosa per accaparrarsi il potere!

La domenica successiva, mentre celebrava la messa, apparve ad Egidio un angelo che depose sull'altare un biglietto sul quale era scritto il peccato segreto del sovrano, che così poté essere perdonato!

In seguito, Egidio si sarebbe recato a Roma, per porre il suo monastero sotto la protezione papale, ottenendo dal pontefice privilegi che sottraevano il cenobio ad ogni altra ingerenza.

Morì poco dopo il ritorno da Roma, nella notte del 1º settembre, giorno a lui dedicato.

Sul luogo della sua cripta, sul finire del IX secolo, venne costruita una basilica, nella quale, in una tomba di età merovingia, si sarebbe conservato il suo corpo. La località, posta nella regione di Nîmes, prese da allora il nome di Saint Gilles du Gard.

L'abbazia di sant'Egidio divenne luogo di numerosi pellegrinaggi soprattutto nel X secolo. Coloni francesi, valloni e sassoni diffusero nel Medioevo il culto di sant'Egidio anche nelle terre orientali d'Europa, in particolare in Slovacchia, Ungheria e Transilvania.

È venerato come patrono dei lebbrosi, degli storpi e dei tessitori, allattamento, cavalli, disabili, epilettici, eremiti, fabbri, foreste, lebbrosi, pecore, poveri, sterili.

Nonché dei paesi di Cavezzo, Cellere, Tolfa, Linguaglossa, Sant'Egidio del Monte Albino, Sant'Egidio alla Vibrata, Latronico, Sommati (frazione di Amatrice), Orte, Vaiano (frazione di Castiglione del Lago), Staffolo, Caprarola, Rocca di Cave e Scanno, Sant'Egidio (frazione di Ferrara), San Gillio (TO).

A Firenze, nel 1284, fu fondata una compagnia laica sotto la sua protezione, di cui ci sono rimasti gli "Statuti" ed un prezioso laudario (conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, già Magliabechiano col titolo: Il Laudario della Compagnia di san Gilio).

  

Il Patriarca Giosuè, conquistatore della Terra Promessa a capo del Popolo Eletto

Mosè considerato da molti un "mago" certo superiore a quelli egiziani, presso i quali, lui di umile origine, fatto passare forse con uno strattagemma (una cesta lasciata, questa volta artatamente, non come nel caso di Romolo e Remo!) nobile e quindi dato in educazione presso il Faraone: il suo nome sta per: "guaritore, colui che guarisce" e certo "sana" il popolo d'Israele dalla schiavitù e lo conduce verso la Terra Promessa.

Ma non vi entrerà, per chè il suo compito è solo quello di "guarire". 

Per conquistare la terra dove era il Giardino dell'Eden (forse il Monte Carmelo) c'è necessità di un "conquistatore" di una "guida" : e questo è il significato di Giosuè che è lo stesso nome che prenderà il Cristo, il Salvatore: Gesù!

Giosuè, figlio di Nun, fin dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè”: così inizia secondo il libro dei Numeri 11,28 la vicenda di questo insigne personaggio della storia del popolo d’Israele, al quale si deve la conquista della Terra promessa.

Giosuè, figlio di Nun, appartenente alla tribù di Efraim, il secondo figlio di Giuseppe, è un personaggio biblico vissuto nel XII secolo a.C.

Originariamente si chiamava Osea, ma Mosè del quale era uno dei più fedeli discepoli e al quale succedette nella guida del popolo ebraico, trasformò il suo nome in Giosuè, che significa “Jahvé salva”.

O meglio: dall'ebraico 'Jehoa-Schiuah' e significa 'il Signore salva'

Gesù è l'adattamento italiano del nome aramaico יֵשׁוּעַ (Yeshu'a), passato in greco biblico come Ἰησοῦς (Iēsoûs) e in latino biblico come Iesus; si tratta di una tarda traduzione aramaica del nome ebraico יְהוֹשֻׁעַ (Yehoshu'a), ovvero Giosuè, che ha il significato di "YHWH è salvezza", "YHWH salva".

Questo nome è noto a livello internazionale per essere stato portato da Gesù, detto "il Cristo", figura centrale del Nuovo Testamento, venerato come il figlio di Dio dai cristiani e considerato un importante profeta anche dai musulmani.

All'epoca dei primi cristiani il nome era poco usato, poiché era giudicato irriguardoso; questa tradizione è rimasta in diversi paesi, inclusa l'Italia, dove però sono diffuse alcune forme diminutive, considerate più rispettose. In altri paesi invece il nome gode di buona diffusione, come quelli ispanofoni, dove si trova nella forma Jesús.

Gesù non è l'unico caso di un nome non usato perché considerato troppo sacro; casi simili furono in passato, in Irlanda, i nomi Brigida e Patrizio.

I nomi Abdieso, Barachisio e Maoilios sono tutti dei composti contenenti il nome "Gesù".

Chissà se l’ateo Carducci sapeva di portare il nome di Gesù?? Non lo credo!

Cosa sono i patri-archi?

Sono i padri della patria. A capo di una discendenza che si è fatta nazione e popolo. Capostipiti.

Giosuè (cioè: Il Signore salva”) non acaso è colui che sue Mosè (Me He Shin: cioè: Signore curami) colui che ha guidato il popolo eletto fuori dell’Egitto, non solo per andare nella Terra Promessa, ma per ricevere i Comandamenti: perché senza regole superiori, che si fanno “intime”, non c’è salvezza!!!

Egli è nominato per la prima volta nel libro dell’Esodo al capitolo 17, 9-14, quando durante il lungo peregrinare nel deserto, il popolo ebraico fuggito dall’Egitto sotto la guida di Mosè, fu costretto ad ingaggiare battaglia con la tribù degli Amaleciti, nomadi da sempre nemici d’Israele.

Nel deserto era facile lo scontro fra tribù nomadi, soprattutto per il diritto di usare le sorgenti d’acqua presso le oasi. Mosè in quest’occasione, chiamò il suo fedele collaboratore e lo incaricò di combattere Amalek il loro capo, scegliendo gli uomini più validi; in questo luogo Refidim, nel deserto del Sinai, Giosuè ingaggiò il lungo combattimento, mentre Mosè, Aronne e Cur assistevano dall’alto di una collina.

Le sorti della battaglia si alternavano positivamente e negativamente, secondo se Mosè teneva alte le mani o le abbassava per la stanchezza; allora Aronne e Cur gli sostennero le braccia in alto fino al tramonto, quando Giosuè uscì vittorioso dalla battaglia.

Ancora nell’Esodo è ricordato come unico accompagnatore di Mosè sul monte Horeb, quando Dio dettò le Tavole della Legge, i Dieci Comandamenti.

In Numeri, cap. 27, 15-23 si legge: “Il Signore disse a Mosè: Prendi Giosuè, figlio di Nun, uomo che ha lo spirito e imponi la tua mano su di lui. Poi lo presenterai al sacerdote Eleazaro e a tutta la comunità e alla loro presenza gli darai i tuoi ordini. Gli comunicherai la tua dignità, perché tutta la comunità dei figli d’Israele gli obbedisca…”.

Da quel momento, Giosuè ebbe il potere di dare gli stessi ordini impartiti da Mosè e di chiedere al sacerdote di consultare la volontà divina attraverso un oracolo.

Mosè preparava così una nuova guida del popolo d’Israele, che si avvicinava ormai alla terra promessa, perché lui e tutti gli ebrei della precedente generazione, che avevano mancato di fiducia in Dio durante il quarantennale peregrinare nel deserto, per volere di Dio l’avrebbero al massimo solo intravista, morendo prima di raggiungerla.

In Numeri 34,16, Dio Indica a Mosè i nomi degli uomini che spartiranno la terra promessa fra le varie tribù d’Israele e insieme al sacerdote Eleazaro, succeduto al padre Aronne, Dio indicò anche Giosuè, figlio di Nun.

E nel libro del Deuteronomio cap. 31, 7-8, c’è l’investitura ufficiale di Giosuè da parte di Mosè davanti a tutto il popolo: “Sii forte, sii valoroso! Perché tu condurrai questo popolo nella terra che il Signore promise con giuramento ai loro padri; tu la metterai in loro possesso. Il Signore cammina davanti a te e sarà con te. Non ti abbandonerà e non ti trascurerà. Non aver paura, non tremare!”.

Giosuè fu accanto a Mosè nei momenti finali della sua lunga vita, quando il grande legislatore e guida d’Israele, pronunciò la benedizione solenne sulle dodici tribù discendenti dai figli di Giacobbe e quando a 120 anni, morì sul monte Nebo vedendo da lì la terra promessa.

Nella cronologia della Bibbia si inserisce a questo punto il libro di Giosuè, composto da 24 capitoli, narranti le gesta del successore di Mosè nella conquista e nello stabilirsi del popolo d’Israele nella regione di Canaan, la terra promessa.

Il popolo sotto la sua guida attraversò il fiume Giordano, preceduto dall’Arca dell’Alleanza sorretta dai sacerdoti e come successe con il Mar Rosso e Mosè, anche il Giordano che era in piena, si fermò nell’impetuoso scorrere, facendo passare all’asciutto la lunga fila di popolazione e animali.

Dio con questo prodigio esaltò Giosuè davanti al popolo, come aveva esaltato Mosè e il popolo prese a venerarlo, così come aveva venerato Mosè.

La presa della città di Gerico, fu ottenuta da Giosuè facendo procedere in processione l’Arca dell’Alleanza al suono delle trombe dei sacerdoti, e girando intorno alle mura della città per sette giorni. E forse questo Giosuè Carducci conosceva, quando scrive di quell’errare favolistico (come gli Ebrei, il Popolo Eletto, come noi tutti : alla ricerca di noi stessi!) in cui consuma e riempie sette fiasche di lacrime, sette verghe di ferro come bastoni, sette paia di scarpe…

Al termine del settimo giro, il Patriarca Giosuè fece gridare tutto il popolo ebreo e suonare le trombe e le mura crollarono, permettendo così la sconfitta e la morte degli spaventati difensori di Gerico.

Altro fatto miracoloso avvenne durante la battaglia contro gli Amorrei a Gabaon, quando Giosuè per avere una vittoria completa sul nemico sconfitto e in fuga, si rivolse al sole dicendo: “O sole, fermati su Gabaon, e tu o luna, nella valle di Aialon”. Il sole si fermò prolungando il giorno e gli israeliti fecero strage di nemici, che non avevano potuto riorganizzarsi durante la fuga.

In genere l’espansione del numeroso popolo d’Israele nella fertile terra di Canaan, fu attuata con una pacifica conquista, ma non mancarono tuttavia ripetuti episodi di guerra e di violenza, che lo scrittore sacro del Libro spiega ricordando l’ordine del Signore di votare allo sterminio queste popolazioni, per evitare il ricorrente pericolo di contaminazione religiosa.

L’entrata di Israele nella terra promessa era disegno di Dio; nulla vi si poteva opporre né altri uomini; ecco così le orrende stragi di interi eserciti e popolazioni, con città distrutte completamente.

Giunti ormai nella Palestina, Giosuè attuò la divisione del Paese fra le dodici storiche tribù, instaurando tutta la legislazione dettata da Mosè.

Passò molto tempo in pace e Giosuè ormai vecchio e avanzato in età, convocò a Sichem, una grande assemblea popolare, pronunciò il discorso d’addio al popolo, facendo loro promettere fedeltà a Dio loro padre e guida suprema.

Morì a 110 anni, la sua tomba è additata ancora oggi a Khirbet Tibuah a nord di Gerusalemme; mentre le ossa del patriarca Giuseppe, portate dall’Egitto durante la fuga degli israeliti, furono seppellite a Sichem.

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