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Accadde oggi, 6 Agosto: 1284, Battaglia della Meloria- 1945, Hiroshima!

6 agosto battaglia meloria

6 agosto 1284: Meloria e i sogni dei Pisani muoiono a Genova come Rustichello

6 agosto 1945 – Seconda guerra mondiale, bombardamento atomico di Hiroshima: Una bomba atomica chiamata in codice Little Boy viene sganciata dal B-29 statunitense Enola Gay sulla città di Hiroshima in Giappone, alle 8:16 di mattina (ora locale)

di Daniele Vanni

 

 

 

“Finire in Meloria!”, in Toscana, significa: finire male!

E infatti, Meloria significò la fine della gloriosa storia di Pisa, come potenza marinara.

Una storia che era iniziata quando i Romani costruivano navi nel porto lacustre di Pisa che era vicino a Livorno!

Il 6 agosto 1284, tutto ebbe fine: i Genovesi, in atto si spavalderia per dire che il porto pisano era ormai alla mercè di chi volesse entrare portarono via, sei anni dopo, anche le catene che impedivano alle navi la risalita dell’Arno!

Non si conosce il luogo esatto della battaglia, sicuramente appena al largo della costa pisana, e forse in due fasi e due luoghi. Più probabile al largo di Livorno. Comunque lo scontro, dette inizio e palesò il lento declino di Pisa che, scomparsa dai mari, ebbe una qualche fortuna per terra, ma dopo un secolo o poco più cade in mani fiorentine.

Forse fu anche la data, quella del 6 Agosto che giocò un brutto tiro ai Pisani: in altre date, non avrebbero così spavaldamente accettato battaglia: per loro, quel giorno, dedicato a S.Sisto, aveva significato sempre grandi vittorie. O forse, dopo le prime affermazioni, avevano scelto proprio quel giorno per attaccare o dare battaglia. Fatto sta che nel 1003, il 6 agosto, l'ammiraglio pisano Carlo Orlandi aveva sconfitto una flotta saracena nelle acque di Civitavecchia. Nel 1005, in una spedizione contro i Saraceni, l'ammiraglio pisano Pandolfo Capronesi aveva conquistato le città di Reggio Calabria, Amantea, Tropea e Nicotera. E sempre il 6 agosto, ma del 1063, la flotta da guerra pisana forza il porto di Palermo e saccheggia la città. Il 6 agosto 1087, dopo aver espugnato Pantelleria, la flotta pisana sbarca in Africa e conquista le città di Zawila e Mahdia. Forti del giorno, nel 1119, i Pisani sconfiggono i Genovesi nelle acque di Porto Venere, e così fanno nel 1282. Il 6 agosto 1135, conquistano Amalfi.

Dopo i grandi contrasti verificatisi nei secoli precedenti tra la Repubblica di Genova e la repubblica marinara di Pisa, l'occasione per lo scontro definitivo avvenne nel 1284. Parte della flotta genovese era ormeggiata presso Porto Torres, in Sardegna, allora territorio conteso tra le due repubbliche. Il piano dei Pisani era di colpire in netta superiorità (settantadue galee) la flotta ligure per poi affrontare la rimanenza e chiudere per sempre il conto con i Genovesi.

Benedetto Zaccaria, futuro doge di Genova, che comandava quella parte di flotta (venti galee), eluse lo scontro, fingendo una ritirata verso il Mar Ligure. La flotta pisana lo incalzò, ma fu raggiunta dalla restante parte della flotta genovese (68 galee), e ripiegò verso Porto Pisano, non senza lanciare una provocazione ai Genovesi, sotto forma di una pioggia di frecce d'argento.

La flotta della Repubblica di Genova raccolse la sfida, e il giorno 6 agosto 1284, giorno di San Sisto, salpò verso Porto Pisano. La scelta del giorno sulla carta era propizio ai pisani in quanto foriero di vittorie e celebrato ogni anno.

L'ammiraglio genovese Oberto Doria, imbarcato sulla San Matteo, la galea di famiglia, guidava una prima linea di 63 galee da guerra composta da otto "Compagne" (antico raggruppamento dei quartieri di Genova): Castello, Macagnana, Piazzalunga e San Lorenzo, schierate sulla sinistra (più alcune galee al comando di Oberto Spinola), e Porta, Borgo, Porta Nuova e Soziglia posizionate sulla destra.

Benedetto Zaccaria comandava invece una squadra di trenta galee, lasciate volutamente in disparte per prendere di sorpresa la flotta pisana. Parte di essa era ormeggiata proprio a ridosso del Porto Pisano, mentre un'altra parte sostava poco fuori dal porto.

Si narra che durante la tradizionale benedizione delle navi, la croce d'argento del Bastone dell'Arcivescovo di Pisa, si staccò. I Pisani non si curarono di questa premonizione negativa: dopotutto era il giorno del loro “patrono” della vittoria, San Sisto, anniversario di tante gloriose vittorie, e quella era un'ottima occasione per eliminare definitivamente i Genovesi: contando 63 legni genovesi e i Pisani forti di 9 navi in più decisero di uscire dal porto.

Secondo le consuetudini del Governo Potestale, i Pisani avevano scelto un forestiero come Podestà, Morosini da Venezia. I Veneziani com'è noto erano da sempre in rivalità contro Genova, ma in questo frangente avevano rifiutato l'appoggio alla repubblica pisana. Assistevano il Morosini: il Conte Ugolino della Gherardesca (celebre perché cantato da Dante nel XXXIII canto dell'Inferno nella Divina Commedia) e Andreotto Saraceno.

Dopo una prima esitazione i Pisani decisero di attaccare la flotta genovese e si lanciarono sulla prima linea. Entrambe le flotte erano in formazione a falcata ovvero a mezzo arco. Lo scontro era dunque frontale. I famosi balestrieri genovesi, al riparo dietro le loro pavesate, tiravano contro i legni pisani, mentre questi tentavano, secondo le tattiche dell'epoca, di speronare le navi con il rostro per poi abbordarle. Qualora l'abbordaggio non avesse luogo, gli equipaggi si colpivano con ogni sorta di munizioni scagliate da macchine belliche o dalle nude mani, come sassi, pece bollente e addirittura calce in polvere.

Affresco ritraente la flotta genovese schierata per la battaglia, Diano Castello

Le sorti della battaglia furono decise dopo ore dai trenta legni dello Zaccaria, che piombarono sul fianco pisano, colto completamente impreparato dalla manovra, ed ignaro della stessa esistenza di quelle galee: fu uno sfacelo di legno, corpi e sangue. Dell'intera flotta pisana, solo venti galee, quelle comandate dal Conte Ugolino, si salvarono. L'accusa di vigliaccheria, se non di tradimento, non impedirà al conte di conquistare la signoria de facto e di restare al vertice del governo della città fino alla sua deposizione (1288) e alla celebre morte per inedia (1289).

Alcuni storici riferiscono che il contingente di rinforzo genovese fosse nascosto dietro l'isolotto della Meloria (allora un basso scoglio sopra il livello del mare), ma si tratta probabilmente di un fraintendimento, dato che una squadra navale, anche piccola, non avrebbe assolutamente potuto evitare di essere vista. Secondo un'altra ipotesi le navi sarebbero state in realtà nascoste alla fonda di un'isola dell'arcipelago.

Ma la ragione della sconfitta pisana deve essere individuata nell'ormai obsoleto armamento navale e individuale; le navi pisane, più vecchie e più pesanti, imbarcavano anche truppe armate con armature complete, nonostante la calura agostana, e durante la lunghissima battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere ne furono chiaramente avvantaggiati.

La gloria della marina della Repubblica Pisana s'inabissò in quel giorno nelle acque della Meloria perdendo tra colate a fondo o cadute in mano nemica oltre 49 galere.

Tra i cinque e i seimila furono i morti, e quasi undicimila furono i prigionieri (alcune fonti citano fino a venticinquemila perdite tra morti e prigionieri) tra cui proprio il podestà Morosini, che fu portato con gli altri a Genova nel quartiere che da allora si sarebbe chiamato "Campopisano".

Anelli delle catena a Murta, nel territorio del comune di Genova.

Tra i prigionieri anche l'illustre Rustichello che scrisse per conto di Marco Polo il cosiddetto Milione nelle prigioni genovesi. Solo un migliaio di prigionieri pisani tornò a casa dopo tredici anni di prigionia. Gli altri morirono tutti e sono sepolti sotto il quartiere genovese che tristemente porta ancora il loro nome. La deportazione forzata di tante migliaia di prigionieri, depauperò spaventosamente la repubblica pisana non solo della sua popolazione maschile, ma anche di gran parte del proprio esercito, lasciandola così indebolita e spopolata da causarne la progressiva decadenza. In tale occasione, proprio in riferimento all'ingente numero di prigionieri pisani a Genova, nacque il detto "se vuoi veder Pisa vai a Genova". Tuttavia le forze pisane non furono annientate tanto che, per tutto il XIV secolo, Pisa rimase una potenza repubblicana tanto da vincere la famosa Battaglia di Montecatini nel 1315, nella quale vinse contro le forze riunite di Firenze, Siena, Prato, Pistoia, Arezzo, Volterra, San Gimignano e San Miniato. Anche la sconfitta finale di Pisa (1406) avvenne causa tradimento del Capitano del Popolo e mai per motivi militari.

Pisa firmò la pace con Genova nel 1288, ma non la rispettò: fatto che costrinse Genova ad un'ultima dimostrazione di forza. Nel 1290, Corrado Doria salpò con alcune galee verso Porto Pisano, trovando il suo accesso sbarrato da una grossa catena tirata tra le torri Magnale e Formice. Fu il fabbro Noceto Ciarli (il cognome è spesso riportato anche come Chiarli) ad avere l'idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi. Il porto fu raso al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, come accadde per Cartagine ai tempi di Scipione, la campagna circostante devastata e saccheggiata.

L’evento che diede il colpo di grazia a Pisa fu la definitiva presa della Sardegna pisana da parte Aragonese nel 1324. Nel 1406 la città fu infine assoggettata da Firenze per la prima volta, ma solo dopo un lungo assedio che si concluse con la vendita della città da parte del pavido Capitano del Popolo Giovanni Gambacorta.

La grande catena del porto di Pisa fu portata a Genova, spezzata in varie parti che furono appese come monito a Porta Soprana e in varie chiese e palazzi della città (chiese di Santa Maria delle Vigne, San Salvatore di Sarzano, Santa Maria Maddalena, Sant'Ambrogio, San Donato, San Giovanni in Borgo di Prè, San Torpete, Santa Maria di Castello, San Martino in Val Polcevera, Santa Croce di Riviera di Levante; ponte di Sant'Andrea, Porta di Vacca, Palazzo del Banco di San Giorgio, Piazza Ponticello); furono restituite a Pisa solo dopo l'Unità d'Italia e sono attualmente conservati nel Camposanto Monumentale di Pisa. Uno degli anelli è ancora presente a Moneglia, borgo ligure, che partecipò con sue imbarcazioni alla battaglia, e nel borgo di Murta, sede della chiesa di San Martino in Val Polcevera (donato alla famiglia Marcenaro).

Estate 1284: nel braccio di mare alle Secche della Meloria, le due repubbliche marinare si contendono l’egemonia sul Mediterraneo.

La sera del 6 agosto 1284 il mare davanti a Livorno era rosso di sangue e ingombro di cadaveri che galleggiavano tra remi spezzati, vele strappate, gomene tagliate, scialuppe rovesciate. La potenza della Repubblica Marinara di Pisa era tramontata, schiacciata da Genova. Le due città erano in lotta perchè i loro interessi commerciali si sovrapponevano sia nel Mare Tirreno (entrambe asoiravano al controllo di Sardegna e Corsica) sia nel resto del Mediterraneo (tutte e due avevano colonie in oriente e si contendevano i flussi di spezie e seta). Il confronto era impari perchè Genova, stretta tra mare e montagna, non doveva fronteggiare nemici in terraferma, mentre Pisa, avvantaggiata dal fatto di sorgere alla foce dell’Arno, sbocco sul mare per tutta l’economia toscana settentrionale, era braccata da città ostili (Lucca per prima) sempre pronte ad attaccarla.

La resa dei conti tra Genova e Pisa

L’occasione per la resa dei conti fu uno dei tanti litigi locali: un signorotto della Corsica, volendo sottrarsi al controllo di Genova si rifugiò a Pisa chiedendo protezione. Un episodio insignificante che però venne scelto dalla Superba per scatenare il conflitto nel 1282. In realtà, per i primi due anni le flotte delle due Repubbliche si inseguirono per tutto il Tirreno senza mai scontrarsi. Ciascuna città poteva mettere in mare una trentina di galee, molte delle quali appartenevano a privati cittadini, obbligati a metterle a disposizione per le necessità belliche. Naturalmente gli armatori si preoccupavano prima di tutto dell’integrità dei loro navigli e ciò spesso interferiva con la strategia perché impediva ai comandanti di sfruttare eventuali situazioni favorevoli. Genova, però, potendo contare sulle risorse di buona pane della Liguria che le era sottomessa, aveva cominciato a costruire nuove navi: già nel 1283 poteva mettere in mare 88 navi con cui inseguire, tra il giugno e il luglio di quell’anno, le 54 navi pisane reduci da un colpo di mano contro la piarnforte genovese di Alghero.

Non ne seguì nulla: i pisani si arroccarono a Piombino e aspettarono che il cattivo tempo costringesse i genovesi a ritirarsi. Se i pisani avessero continuato a giocare a rimpiattino con i nemici, sarebbero riusciti a tenerli in scacco a tempo indeterminato: ma nell’aprile 1284 uno scontro quasi casuale presso l’isola della Tavolara terminò con una netta sconfitta pisana (persero 14 navi su 24) che li spinse a cercare la rivincita. La loro idea era semplice ed efficace: raccogliere il maggior numero possibile di navi (ne misero insieme 72) e tentare di cogliere di sorpresa i genovesi quando avessero diviso la loro flotta. A fine luglio fu sul punto di riuscire: 30 galee genovesi al comando di Benedetto Zaccaria erano state inviate in Sardegna e a Genova non ne erano rimaste che 58. Il momento era propizio: il 22 luglio il Podestà pisano Morosini e il nobile Ugolino della Gherardesca si schierarono davanti al porto di Genova, sfidando i nemici. Ma proprio in quel momento furono avvistate le navi di Zaccaria di ritorno dalla Sardegna. I pisani, dopo un lungo giro, dovettero rientrare alla base. A questo punto furono i genovesi a schierarsi davanti a Porto Pisano alla foce dell’Amo.

Il momento della verità

La flotta genovese era comandata da Oberto Doria. Egli schierò in prima linea solo 63 galee: le altre, agli ordini di Benedetto Zaccaria, vennero tenute in retroguardia e “mascherate” facendo abbattere gli alberi che sostenevano le grandi vele latine, in modo da essere scambiate per navi disarmate (non esistevano ancora i cannocchiali). I pisani videro avanzare questa flotta verso di loro nelle primissime ore del pomeriggio del 6 agosto e, sicuri di essere più numerosi, decisero di accettare la sfida e farla finita una volta per tutte. In agosto nel Tirreno il tempo è quasi sempre buono, il mare calmo, il vento debole. Le fonti dicono che la flotta genovese fu avvistata all’altezza delle secche della Meloria, ossia ad appena 6 km dalla costa, il che lascia immaginare che la giornata non fosse limpida. Forse anche per questo le navi rima-ste indietro non vennero avvistate o riconosciute. I pisani non avevano ancora risalito l’Arno, che all’epoca sfociava in mare vicino all’attuale Livorno, e quindi presero il mare rapidamente, schierandosi in una linea di fronte molto lunga (almeno 2,5 km). Solo quando si avvicinarono, s’accorsero delle galee di Zaccaria e capirono di essere in trappola.

Battaglia sia!

Le due flotte si avventarono semplicemente l’una contro l’altra, anche se i genovesi, essendo più numerosi, poterono probabilmente aggirare una delle due estremità dello schieramento nemico. Si scambiarono raffiche di quadrelli scagliati dalle balestre per passare poi a ogni genere di proiettile e alla calce in polvere in faccia al nemico per accecarlo. I pisani indossavano le corazze che il calcio estivo rese presto insopportabili, mentre i genovesi, che vi avevano rinunciato, erano anche avvantaggiati dal fatto di avere il sole alle spalle. I pisani resistettero con la forza della disperazione fin quando Zaccaria non si avvicinò alla capitana pisana con due galee: stesa tra di esse una catena legata agli alberi (che nel frattempo aveva fatto rialzare), prese in mezzo la nemica, tranciandole l’asta che reggeva lo stendardo. A quella vista, i pisani cercarono scampo in una fuga disordinata: solo 30 navi agli ordini di Ugolino si salvarono. 30 galee furono catturate, 7 affondarono, altrettante si incagliarono. I pisani uccisi furono diverse migliaia e altri (circa 9mila) furono fatti prigionieri, portati a Genova e tenuti incatenati in una piccola zona fuori delle mura. Erano così numerosi che si diffuse il detto: «Se vuoi vedere Pisa vai a Genova». Poiché non vennero liberati che molti anni dopo, pochi sopravvissero: gli altri vennero seppelliti sul posto, che per questo prese il nome Campo Pisano.

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