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Accadde oggi, 30 Gennaio 1595: data tradizionale della prima rappresentazione di Giulietta e Romeo di Shakespeare

30 genn Giulietta

Da Dante, a Masuccio Salernitano, a Brooke fino a Luigi Dal Porto, con la sua storia quasi shakespeariana, a Clizia, al Bandello...:  tutte le fonti di quest'opera rappresentata come oggi al The Theatre di Londra.

di Daniele Vanni

 

 

 

Su Shakespeare, nulla è sicuro!

Su quest’opera fondamentale, che ha segnato la storia dell’uomo, ripresa in decine di films, in letteratura, in milioni di quadri, in musica, in rappresentazioni folkloristiche, (come quella che si tiene a Montecchio Maggiore, dove si sono i due castelli dei protagonisti, ogni 1° maggio) si sa solo che l’Autore vi lavorò tra il 1594 ed il 1596 e forse fu rappresentata integralmente o in un ulteriore rifacimento l’anno successivo.

Ma nulla toglie che la prima vera recita ci sia stata proprio in questa data.

La vicenda dei due protagonisti ha assunto, nel tempo, un valore simbolico, diventando l'archetipo dell'amore perfetto, ma avversato dalla società.

O forse quello, ancora più profondo di Eros e Tanatos: l’amore che sfocia e sottintende alla riproduzione, ma anche l’amore come atto di vitalità in sè, contrapposto ed in ribellioni al destino caduco e mortale di tutto ciò che è naturale, primo fra tutti: l’uomo, che ne è cosciente! E forse da questa contrapposizione tra vita e morte, discende quella morale e filosofica tra male e bene.

Nel prologo, il coro racconta come due nobili famiglie di Verona, i Montecchi e i Capuleti si siano osteggiate per generazioni e che "dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amanti, nati sotto cattiva stella, il cui tragico suicidio porrà fine al conflitto".

Nella realtà storica, i primi, detti anche Monticoli, provienti dall’omonima localita vicentina, grandi mercanti furono nobili e capi dei ghibellini e veri protagonisti della vita politica di Verona, che favorirono la presa della città da parte di Ezzelino da Romano di Basano del Grappa, di origine germanica e alleato di Federico II spesso in contrasto e in lotta con altre famiglie, in particolare con quella guelfa dei conti di Sambonifacio, che furono esiliati a Padova, dopo la presa della città da parte degli Ezzelini.

I Montecchi subirono la stessa sorte di esilio, nel 1325, quando Can Grande della Scala prese il potere e loro pare avessero appoggiato una congiura interna alla casata scaligera.

Ma che non sembra abbiano mai avuto nulla contro i Cappelletti, questo il vero cognome, tratto da cavalleggeri mercenari, al servizio di Venezia, forse provenienti da Albania o Croazia, e che nell’epoca del dramma, a Verona, esercitavano pare l’arte di farmacisti.

Dante invece li cita come guelfi di Cremona, responsabili della zona dell’Adda dalle incursioni dei Lanzichenecchi, proprio accostandoli ai Montecchi!

Se non questi ultimi, vicentini, amici del tedesco Ezelino e forse della stessa origine e comunque ghibellini, quindi vicini agli imperiali, cioè ai Tedeschi, non siano messi in contrapposizione con i Cappeletti che contrastavano le incursioni teutoniche!

Poi le rissa di strada tra le servitù delle due famiglie (Gregorio, Sansone, Abramo e Benvolio), interrotta da Escalus, principe di Verona, il quale annuncia che, in caso di ulteriori scontri, i capi delle due famiglie saranno considerati responsabili e pagheranno con la vita.

Poi quella che costerà la vita a Mercuzio, personaggio straordinario, amico di Romeo e congiunto del Signore della città, ucciso da Tebaldo, cugino di Giulietta e che in punto di morte, augurerà "la peste a tutt'e due le vostre famiglie". E infine l’amore: ma per un attimo, perché Romeo uccide Tebaldo e viene bandito…fino alla morte, legata sempre com’è all’amore: Eros e Thanatos!

« E così con un bacio io muoio ».

Tanto che se certamente Shakespeare trasse la vicenda da libretti italiani rinascimentali, (soprattutto del vicentino Dal Porto, quindi della terra dei Montecchi) la tragedia ha le sue radici nei classici antichi, in quelli di Piramo e Tisbe, dalle Metamorfosi di Ovidio…

Dante, stranamente, cita le due famiglie accostate nella sua Commedia (precisamente nel canto VI del purgatorio, versi 105-106-107):

« Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti! »

ma non si hanno riscontri, né di rivalità, né di contatti…Almeno che i Montecchi, esiliati poi da Can Grande della Scala per un complotto, non avessero fatto uso di veleni procurati dai Cappelletti, originari di Brescia: farmaci che risuonano come si sa bene, e concludono! Il dramma dei due amanti veronesi!

Ma come detto, al pari dei Monaldi e Filippeschi, più a sud, non siano presi come antesignani delle due fazioni contrapposte!

E in effetti, Dante li cita, parlando di Alberto Tedesco (!) cioè di Alberto I d'Asburgo. al quale Dante rimprovera di aver abbandonato l'Italia al dolore e alla corruzione, senza dargli una giusta guida e si augura che il giudizio divino punisca duramente lui e i suoi discendenti.

Una prima struttura della trama si delinea nella novella di Tommaso Guardati, detto Masuccio Salernitano, nella novella Mariotto e Ganozza, composta nel 1476 ma ambientata a Siena. La sua versione della storia comprende il matrimonio segreto, il frate colluso, la mischia in cui un cittadino di primo piano viene ucciso, l'esilio di Mariotto, ma vi sono notevoli differenze dall'opera di Shakespeare:

Luigi da Porto nella sua Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti, pubblicata nel 1530 circa, diede alla storia molto della sua forma moderna, rinominando i giovani Romeus e Giulietta e trasportando l'azione da Siena a Verona, all'epoca di Bartolomeo della Scala, nel 1301-1304. Da Porto presenta il suo racconto, come storicamente vero, e nella trama sono già presenti elementi chiave: personaggi corrispondenti a quelli di Shakespeare (Mercuzio, Tebaldo e Paride), la rissa, la morte di un cugino dell’amata perpetrata da Romeo, il bando dalla città di quest’ultimo e la tragica fine di entrambi in cui Romeo prende un veleno e Giulietta si trafigge con un pugnale. Da Porto trovò forse ispirazione dalla visione delle due rocche scaligere presenti a Montecchio Maggiore, che appaiono in contrapposizione tra loro.

Rielaborata nelle riduzioni drammatiche Giulia e Romeo (1553) di Clizia (attribuito al nobile veronese Gerardo Boldiero) e Hadriana di Luigi Groto (1578), fu ripresa da Matteo Bandello nel 1554 e inclusa nel secondo volume delle sue Novelle che comprendeva la sua versione di Giulietta e Romeo. Bandello sottolinea la depressione iniziale di Romeo e la faida tra le famiglie e introduce la nutrice e Benvolio. L'ambientazione, ormai, è quella definitiva…

La novella di Bandello fu tradotta in francese e in inglese, sia in prosa (da William Painter nel suo Palace of Pleasure, 1567) che in versi: il poema narrativo Tragicall Historye of Romeus and Juliet, scritto nel 1562 da Arthur Brooke fu infine la fonte primaria del Romeo and Juliet shakespeariano.

La modifica sostanziale che Shakespeare introdusse nella vicenda, più che le azioni e i fatti, riguarda la moralità e il significato assegnato alla storia. Gli amanti «sfortunati e disonesti» descritti da Brooke diventarono personaggi archetipici dell'amore tragico, riflettendo allo stesso tempo la crisi del mondo culturale e sociale dell'epoca, in cui il Principe e la Chiesa non riescono più ad imporre l'ordine (materiale e spirituale).

Shakespeare arricchì e trasformò stilisticamente la trama in modo più intenso, con le vivide caratterizzazioni dei personaggi minori, tra cui Benvolio, cugino di Romeo e vicino al Principe, nelle funzioni di testimone della tragedia, la nutrice (appena accennata da Brooke) che rappresenta un momento di comica leggerezza, e infine Mercuzio, creatura shakespeariana di straordinaria potenzialità drammatica e figura emblematica, che incarna l'amore dionisiaco e vede la donna solo nel suo aspetto più immediatamente materiale. Mentre Romeo rivela una concezione più alta, che innalza Giulietta oltre la pura materialità dell'amore.

In Shakespeare, il tempo rappresentato si comprime al massimo, aumentando così l'effetto drammatico.

La vicenda, originariamente della durata di nove mesi, si svolge in pochi giorni, da una domenica mattina di luglio alla successiva notte del giovedì. Il percorso drammaturgico si brucia in una sorta di rito sacrificale, con i due giovanissimi protagonisti travolti dagli avvenimenti, e dall'impossibilità di un passaggio all'età adulta, alla maturazione.

Al tempo in cui il Bardo di Stratford iniziava la sua carriera drammaturgica, la storia dei due amanti infelici aveva ormai fatto il giro dell'Europa, riempiendo non solo le librerie ma anche gli arazzi delle case. Il Brooke stesso ci parlava già, trent'anni prima dell'esordio di Shakespeare, dell'esistenza di un famoso dramma sull'argomento, non specificandone però l'autore. La popolarità di questo protodramma, anche se non ci sono pervenuti copioni né adattamenti, induce facilmente a pensare che molti autori minori avessero già messo in scena la storia un gran numero di volte prima che Shakespeare si cimentasse con la propria versione.

Di solito, gli attori erano talmente presi dalla trama che, per non essere feriti dagli oggetti lanciati dalla platea (se il romanzo non era di loro gradimento) improvvisavano e facevano finire bene la storia.

Le prime rappresentazioni

Rappresentata sicuramente prima del 1597, si ritiene che l'opera possa esser stata messa in scena dai Lord Chamberlain's Men, la compagnia del ciambellano Hunsdon che più tardi, nel 1603, prese il nome di King's Men. Nella compagnia recitavano Richard Burbage e lo stesso Shakespeare. Burbage potrebbe essere stato il primo attore ad interpretare Romeo, con il giovane Robert Goffe nella parte di Giulietta.

Il dramma sarebbe stato rappresentato nel teatro, costruito nel 1596 dal padre di Burbage, chiamato The Theatre (Il Teatro) (in seguito smantellato dai Burbage e ricostruito come Globe Theatre) e al Curtain, costruito nell'anno successivo, entrambi nella periferia della City di Londra. I due edifici, di forma simile, erano anfiteatri nei quali il pubblico assisteva alle rappresentazione in una corte interna, scoperta, o nei palchetti.

Si avvalevano di luce naturale, e il prezzo del biglietto era in genere di un penny.

Come nella maggioranza delle rappresentazioni del teatro elisabettiano, il dramma si svolgeva su un palco centrale, circondato per tre lati dal pubblico, e la mancanza di effetti speciali e scenografie elaborate lasciava il compito evocativo interamente alla maestria degli attori.

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