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Nell’Antica Roma, 17 Marzo: Feste di Liberalia, quando il giovane diventava adulto e smetteva di essere "bullo"!

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Oggetto, vero, della celebrazione  di queste Festività romane, in onore di Liber Pater e la consorte, Libera, il passaggio dei giovani di 16 anni dalla vita di fanciulli a quella di uomini

di Daniele Vanni

I Liberalia erano delle celebrazioni romane in onore di Liber Pater e della consorte Libera. La festa si teneva il 17 marzo in occasione del sedicesimo anno di età di un ragazzo, quando cioè si deponevano la bulla e la toga praetexta (o libera) e si prendeva la toga virilis; il motivo di ciò era che il ragazzo passava dallo stato di puer a quello di adulto, con tutti i diritti ed i doveri del cittadino romano.

Rito

La parte privata del festeggiamento avveniva a casa: il giovane deponeva sull'altare dei Lari la propria bulla, una collana (d'oro per i più ricchi ed in cuoio per chi non potesse permetterselo) datagli quando era ancora in fasce in cui erano contenuti oggetti adibiti a proteggere il fanciullo.

La Bulla era un amuleto che veniva fatto indossare dalla famiglia ad ogni figlio maschio, trascorsi nove giorni dalla nascita.

Il significato, le origini e l'uso di questo oggetto è per certi versi enigmatico, ma essenzialmente ha valore protettivo dagli spiriti maligni, ben augurante, ma anche di individuazione: un rito ancestrale, quando, nel clan, i figli erano spesso “in comune”. Non si mettono, oggi, braccialetti simili ai neonati in ospedale?

La bulla veniva indossata per tutta la fase dell'adolescenza, portato al collo come un medaglione. A seconda dello stato sociale e della ricchezza della famiglia che la commissionava, veniva realizzata con materiali diversi; in rare occasioni tutta d'oro, nel caso di un bimbo appartenente ad una famiglia dell'alta aristocrazia romana, più comunemente in piombo rivestito di una lamina d'oro. La bulla veniva anche realizzata per le classi meno abbienti in materiali più poveri, come in tessuto o in cuoio.

Il suo scopo principale era proteggere il bimbo da forze e spiriti maligni. La bulla si presenta come un marsupio rotondo contenente amuleti protettivi (usualmente simboli fallici), attraverso il quale veniva fatta passare nella parte alta una catenina per poterla indossare al collo come un medaglione.

Alle bambine veniva fatto indossare un altro tipo di amuleto, la lunula; questa veniva portata fino all'età del matrimonio, quando veniva tolta insieme agli altri oggetti tipici dell'infanzia. Da quel momento la ragazza dismetteva gli abiti infantili ed iniziava ad indossare il vestiario adatto ad una donna romana.

Un ragazzo usava indossare la bulla fino a quando non fosse diventato, all'età di 16 anni, un cittadino romano. La sua bulla veniva poi gelosamente conservata, e in certe particolari occasioni nuovamente sfoggiata, come nel caso di una sua elezione a generale dell'esercito o per il comando di una parata militare. Egli l'avrebbe indossata durante la cerimonia per proteggersi da forze malefiche, come ad esempio la gelosia da parte di altri uomini.

Sull'altare era posta anche la barba ottenuta dalla prima rasatura del ragazzo. In seguito abbandonava la toga pretesta (che era decorata con una sottile striscia di porpora), indossata da ragazzino, e gli veniva consegnata la toga virile; se il giovane era di rango senatorio la toga presentava una striscia di porpora più larga (laticlavia), se era di rango equestre una striscia più stretta (angusticlavia), altrimenti la toga era in tinta unita. La mattina la famiglia consumava la colazione sull'orlo della strada. Come dire: mi affaccio alla vita!

Successivamente, tutta la famiglia usciva per strada, dove le sacerdotesse di Libero (equivalente al greco Dioniso) incoronate di edera vendevano torte a base di olio e miele, di cui staccavano una parte per porla su di un altare in favore di chi le comprava. In epoca tardorepubblicana, Libero presiedeva ai ragazzi e Libera alle ragazze. In seguito si formava per le strade la processione, davanti a cui era posto un fallo in cima ad una pertica. Solo al termine della cerimonia una matrona, considerata la più virtuosa, poteva coprire l'attributo con un piccolo covone di grano.

Lo stesso giorno le Vestali si recavano in un luogo in cui c'erano ventisette (secondo altre fonti ventiquattro) piccoli edifici sacri dal tetto di giunchi chiamati Argei, mentre i sacerdoti Salii compivano dei giochi chiamati Agonalia, dedicati a Marte. Non si sa tuttavia, se fra tutte queste feste ci fosse un legame.

Liber (detto anche Liber Pater) era il dio italico della fecondità, del vino e dei vizi. Dopo la soppressione da parte del Senato romano dei culti di Bacco, gli italici seguirono nuovi usi riferiti a quest'ultimo, certo più quieti dei baccanali.

Nonostante non vi fossero meri luoghi di culto nell'Urbe per Liber, i giorni seguenti il 17 marzo si festeggiavano i Liberalia, con feste e divertimenti (e riposo nei campi, in quanto Liber era dio agreste). In quei giorni non lavorativi, gli adolescenti avevano diritto a divenire adulti, secondo le regole del tempo, con l'assegnazione della toga virilis (toga praetexta) e del praenomen.

Liber, secondo le testimonianze giunte, aveva come compagna la dea Libera.

Prosèrpina (lat. Proserpĭna) è la versione romana della dea greca Persefone o Kore (gr. κόρη, fanciulla). Il nome potrebbe derivare dalla parola latina proserpere ("emergere") a significare la crescita del grano. Infatti, in origine, fu senza dubbio una dea agreste e per questo viene anche identificata con la dea Libera.

Proserpina era figlia di Cerere; rapita da Plutone re dell'Ade mentre coglieva i fiori sulle rive del lago Pergusa, ad Enna, e trascinata sulla sua biga trainata da quattro cavalli neri, ne divenne la sposa e fu regina degli Inferi.

Secondo Proclo (Epitome Oraculorum, riportata da Marafiotus) e Strabone (lib. 6), invece l'episodio del mito si verificò ad Hipponion (oggi Vibo Valentia).

Dopo che la madre ebbe chiesto a Giove di farla liberare, poté ritornare in superficie, a patto che trascorresse sei mesi all'anno ancora con Plutone. Cerere faceva calare il freddo ed il gelo durante i mesi in cui la figlia era assente come segno di dolore, per poi far risvegliare la natura per il ritorno di Proserpina sulla terra.

Il suo culto a Roma fu introdotto accanto a quello di Dis Pater (assimilato a Ade), nel 249 a.C.

Si celebrarono allora, in loro onore, i Giochi Tarantini, così chiamati da una località nel campo di Marte, il Tarentum.

Il mito

« Plutone, dio degli inferi, stanco delle tenebre del suo regno, decise un giorno di affiorare alla luce e vedere un po' di questo mondo....Dopo un lungo e faticoso cammino emerse infine su una pianura bellissima, posta a mezza costa del monte Enna. Era Pergusa, dal lago ceruleo, alimentato da ruscelli armoniosi e illeggiadriti da fiori di tante varietà che mischiando i profumi creavano soavi odori e così intensi da inebriare... Ad un tratto, volgendo lo sguardo, scorse in un prato un gruppo di fanciulle che coglievano fiori con movenze leggere, fiori tra i fiori »

(Claudiano Strabone)

Dal racconto del celebre poeta Claudiano, Plutone, re degli inferi, deciso a visitare la terra, emerse nei pressi di Enna, sui Monti Erei nel centro della Sicilia, e scorse Proserpina, figlia della dea Cerere, tra le tante fanciulle intente a cogliere fiori sulle rive del lago di Pergusa. Dal racconto che ne fa Strabone, che riporta Proclo, l'episodio del ratto si realizzò sul lido di Hipponion, sul mare Tirreno, dove il pirata Plutone arrivò dalla Sicilia e rapì Proserpina.

« [Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne... Il dio dell'Ade, in due falcate le fu addosso e l'abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa »

(Claudiano)

Cerere, madre di Proserpina e dea dell'Olimpo, fu disperata alla notizia della scomparsa della figlia, e invocò l'aiuto di Giove, re di tutti gli dei, per aiutarla a ritrovare la bella Proserpina.

« Dopo nove giorni e nove notti insonni di dolore, decise di rivolgersi a Giove per impetrarlo di farle riavere la figlia; ma Giove nicchiava (come poteva tradire suo fratello Plutone?).

Allora Cerere, folle di dolore, decise di provocare una grande siccità in tutta la terra. E dopo la siccità venne la carestia e gli uomini e le bestie morivano in grande quantità. Non valevano invocazioni e scongiuri alla dea, che era irremovibile.

Giove inviò Mercurio da Plutone per imporgli di restituire Proserpina alla madre. A Plutone non restò che obbedire. Però, prima di farla partire, fece mangiare alla sua amata dei chicchi di melograno »

(Claudiano)

Secondo quanto riporta Strabone, che riprende dal de Oraculis di Proclo, narra la storia più o meno alla stessa maniera, ma come detto la colloca in Calabria.

Al mito di Proserpina ed all'ira di Cerere si fa risalire l'alternanza delle stagioni.

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