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Accadde oggi, 15 Marzo: siamo alle Idi di Giulio Cesare! "Anche tu, Bruto? Cadi allora Cesare". ma forse non era quel "figlio" lì! Il complesso edipico dalla storia al teatro, quello greco e quello di Shakespeare

15 marzo morte di cesare copia

Idi di marzo del 44 a.C.: assassinio di Giulio Cesare - A Lucca, con 200 Senatori, nel 59 a.C., aveva stretto il patto per il Primo Triumvirato. 

 di Daniele Vanni

Il termine cesaricidio indica l'assassinio di Gaio Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C. (le Idi di marzo), ad opera di un gruppo di circa sessanta senatori, i quali si consideravano, - i politici vedono spesso i loro interessi come bene comune! - custodi e difensori della tradizione e dell'ordinamento repubblicani e che, per loro cultura e formazione, erano contrari a ogni forma di potere personale. Perciò, temendo che Cesare volesse farsi re di Roma (concetto impensabile per i Romani), decisero che era giunto il momento di eliminare il dittatore. Alcuni di loro, naturalmente, furono comunque spinti a compiere questo gesto da motivi meno nobili, come il rancore, l'invidia e le delusioni per mancati riconoscimenti e compensi. O perché voleva sostituirsi a Cesare, come, inevitabilmente avvenne dopo pochi ani, visto che si era imboccata irreversibilmente  la via dell’impero.

Le Idi di marzo (latino: Idus Martii) è il nome del 15 marzo nel calendario romano. Il termine “idi” era utilizzato per il 15º giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e per il 13º degli altri mesi. Le idi di marzo erano un giorno festivo, dedicato al dio della guerra, Marte.

Console nel 59 a.C., proprio a Lucca, di rientro dalla Gallia, Cesare aveva fatto convenire 200 senatori, per stipulare il patto politico, detto Primo Triumvirato, con Pompeo e Crasso (già stretto in via privata nel 60). Già questo, aveva segnato un restringimento notevole del potere senatoriale e degli ottimati. Dopo la morte di Crasso (53 a.C).e la guerra civile che aveva portato alla sconfitta ed alla morte di Pompeo (48 a.C.) e la sconfitta degli ultimi eserciti pompeiani in Spagna (46 a.C.) procurò a Cesare le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temevano l'instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all'interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche, e covavano dunque un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti. Le tendenze al potere autoritario di Cesare, il protrarsi delle guerre civili, le pressioni dei gruppi anticesariani interni al senato e le rivalità esistenti tra gli stessi componenti dell'ambiente cesariano crearono una situazione favorevole allo sviluppo di progetti di congiura che dovevano risolversi con l'uccisione del dittatore; alcune scelte dello stesso Cesare, d'altro canto, quali le aperture verso personaggi che non gli si erano mai mostrati benevoli, apparivano alquanto discutibili agli occhi dei suoi collaboratori, e non facevano che alimentarne il risentimento.

Pare quindi che una prima congiura nascesse proprio nelle file cesariane, alle quali aderirono i più fervidi oppositori repubblicani e quanti si sentivano esclusi dal potere.

Nella seduta senatoria del 15 marzo del 44 a.C., i congiurati pugnalarono ventitré volte Cesare, che, secondo la tradizione storiografica, morì ai piedi della statua del suo vecchio nemico, Pompeo Magno. Tra i cesaricidi si annoverano Casca (il primo a colpirlo al collo), Decimo Giunio Bruto (legato di Cesare in Gallia, ufficiale della flotta nella guerra contro i Veneti), Marco Giunio Bruto (figlio di Servilia Cepione, amante di Cesare) e Gaio Cassio Longino (che era riuscito a sopravvivere alla disfatta di Carre ed era poi divenuto uno degli ufficiali di Pompeo a Farsalo).

Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu, Bruto, figlio mio!") è un'espressione latina attribuita a Giulio Cesare.

Si narra che queste siano state le ultime parole da lui pronunciate in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), mentre veniva trafitto dai congiurati, riconoscendo fra i suoi assassini il volto di Marco Giunio Bruto.

Svetonio racconta che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed "emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola". Poi aggiunge: "alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: «καὶ σύ, τέκνον;»" (kai sü, teknon? = "anche tu, figlio?"). Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma anche la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio?").

Nell'opera Giulio Cesare di William Shakespeare, il dittatore così rivolge le sue ultime parole famose a Bruto, con un inserto in latino nel testo originale in inglese: "Et tu, Brute? Then fall, Caesar." ("Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare.")

La tradizione attribuisce a Bruto, dopo il cesaricidio, la pronuncia della frase "Sic semper tyrannis!" ("Così sempre ai tiranni!").

Occorre sottolineare che qui il termine filius non è da prendere alla lettera, ma nel significato più generico di persona cara o amata come un figlio. Bruto infatti non era figlio naturale di Cesare, né risulta che da lui fosse stato adottato. Gli studiosi comunque, considerando che Cesare non nutriva particolare fiducia in Marco Giunio Bruto (per cui risulterebbe strano lo stupore di un tradimento), affermano che la frase sarebbe stata rivolta a un "Bruto" diverso e avanzano il nome di Decimo Giunio Bruto Albino, che pure ebbe un ruolo determinante nella congiura ma che, a differenza dell'altro, era amato e protetto da Cesare.

Quando Cesare, vincitore della guerra civile, tornò a Roma e divenne dictator, Decimo Bruto si unì alla cospirazione contro Cesare, convinto da Marco Giunio Bruto, senza che Cesare lo sospettasse di alcunché, tanto che Decimo Bruto fu dal lui menzionato nel suo testamento.

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