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Il Santo del giorno, 27 Febbraio: San Gabriele dell’Addolorata, compatrono dell'Azione Cattolica e patrono dell'Abruzzo

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Anche Lui si chiamava Francesco e veniva da Assisi! ma, se possibile, aveva un'anima più grande di quella del Poverello!- Il ricordo di Monsignor Lazzarini, un grande prete lucchese che “scelse” di morire nel giorno del “suo” santo!

di Daniele Vanni

 

 

Il 27 febbraio è il 58º giorno del Calendario Gregoriano, mancano 307 giorni alla fine dell'anno (308 negli anni bisestili).

 

Il Cristianesimo celebra:

 

Sant'Alnoto da Stowe, eremita e martire

Sant'Anna Line, martire

San Baldomero di Lione, suddiacono

Santi Basilio e Procopio, monaci

San Gabriele dell'Addolorata, religioso

San Giovanni di Gorze, abate

Santi Giuliano, Cronone e Besas, martiri di Alessandria

San Gregorio di Narek, dottore della Chiesa armena

San Luca di Messina, abate

Sant'Onorina, martire

San George Herbert, poeta e prete - Chiesa anglicana

San Patrick Hamilton, martire - Chiesa Luterana

San Procopio il Decapolita, confessore - Chiesa ortodossa

Beata Maria Carità dello Spirito Santo, fondatrice

Beato Emanuele di Cremona, vescovo

Beata Francesca Anna della Vergine Addolorata (Francisca Maria Cirer y Carbonell), fondatrice

Beato Giacomo de Valois, mercedario

Beato Guglielmo Richardson, sacerdote e martire

Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny, fondatrice

 

Abbiamo scelto per Voi, visto che abbiamo conosciuto di persona, la grande devozione per questo Santo di Mons. Pietro Lazzarini, personaggio pio e di gran cultura,  che avrebbe voluto condurre la sua vocazione da Padre Passionista, nato a Monte San Quirico (Lucca), il 13 marzo 1900 e morto proprio il giorno del “suo” Santo il 27 febbraio 1992:

San Gabriele dell'Addolorata

  

San Gabriele dell'Addolorata  (Assisi, Perugia, 1 marzo 1838 - Isola del Gran Sasso, Teramo, 27 febbraio 1862)

Si chiamava Francesco.

Era d’Assisi.

E’ stato santo. E non inferiore a chi pretendeva di parlare con i “lupi” cioè con le gerarchie pontificie, che poi finirono per usare la sua voglia di povertà, per non farla albergare nella Chiesa, così come autenticamente e profondamente volevano invece i Patarini, i Catari, gli Albigiesi, gli Umiliati, i Valdesi…insomma tutti quelli che al contrario dei Francescani, non furono certo accolti nella Chiesa, ma passati per le armi!

Non vogliamo fare classifiche fra santi, ma certo, più che il Poverello di Assisi, ci affascina questo bimbo-Francesco, noto poi come Gabriele, che ci commuove, quando lo vediamo nella sua teca, con i riflessi della montagna del Gran Sasso, dove riposa da quando aveva appena 24 anni. Che non dimostrava nella sua purezza di giglio che una mano recise, per portarlo in un vaso di fiori celeste.

Tutte e due nacquero ricchi, ma la povertà di Gabriele ci sembra assoluta, perché non cercò di fondare ordini o di riformare alcunchè, ma se stesso, che ci sembra il compito più difficile al mondo!!!

Francesco Possenti nacque nel 1838. Undicesimo di tredici figli, ad Assisi, città di cui il padre, Sante Possenti, era governatore e che allora faceva parte dello Stato Pontificio.

All'età di quattro anni, sua madre Agnese Frisciotti, morì, e la famiglia seguì i vari spostamenti che la professione paterna comportava.

Ma Francesco-Gabriele, non ebbe moti di ribellione con la vita che l'aveva reso orfano così presto.

Seguì il rresto della famiglia,  fino a quando si stabilirono a Spoleto, dove Francesco frequentò gli insegnamenti dei Fratelli delle scuole cristiane e dei Gesuiti.

Egli conduceva una vita normale per un ragazzo della sua età e della sua epoca. Era noto per la sua personalità affettuosa ed estroversa. Rischiò una volta la vita in un incidente di caccia. Come un qualunque giovane suo coetaneo, Francesco attirava l'attenzione delle ragazze della città. Durante una malattia, ancora ragazzino, promise di diventare religioso se fosse guarito. Guarì due volte, ma egli procrastinò questo impegno. Francesco andava bene a scuola, nonostante un'infanzia in cui vide la morte di tre sorelle e, soprattutto, quella della madre. A quattro anni! quando un bimbo deve ancora affacciarsi ai giochi ed ha bisogno di quelle mani femminili chelo sorreggono.

A 18, anni entrò nel noviziato dei Passionisti a Morrovalle (Macerata), prendendo il nome di Gabriele dell'Addolorata. Morì nel 1862, 24enne, a Isola del Gran Sasso, avendo ricevuto solo gli ordini minori. È lì venerato, nel santuario che porta il suo nome, meta di continui pellegrinaggi, soprattutto giovanili. È santo dal 1920, compatrono dell'Azione cattolica e patrono dell'Abruzzo.

Etimologia: Gabriele (come Gabrio e Gabriella) = uomo di Dio, dall'assiro o forza, fortezza

Martirologio Romano: A Isola del Gran Sasso in Abruzzo, san Gabriele dell’Addolorata (Francesco) Possenti, accolito, che, rigettata ogni vanità mondana, entrò adolescente nella Congregazione della Passione, dove concluse la sua breve esistenza.

 

Questa la sua breve vita in sintesi. Ma torniamo alla scelta del nome da religioso: Gabriele, il nome dell'Arcangelo che annuncia a Maria (come aveva fatto con Elisabetta per Giovanni) la nascita del Figlio, che è Figlio di Dio e il nome della Mater  Dolorosa, "uccisa" da quelle spade che le si sono conficcate dolorosamente nel cuore, per la perdita del figlio: credo che ci sia racchiuso, in questa scelta, tutto l'amore del figlio Francesco che ha perso la madre e sublima tutto in spiritualità!

E' una scelta profonda, per un giovane studente di quasi diciotto anni. Un ragazzo di famiglia agiata (suo padre era un alto funzionario dello Stato Pontificio), di buona intelligenza, di carattere esuberante, aperto a tutto il fascino che la vita può offrire. Era un bel ragazzo, con i capelli, che teneva sempre ben curati, di figura delicata e snella e di carnagione rosea.

Come tutti i giovani, ci teneva al proprio look: vestiva infatti bene (oggi si direbbe con abiti griffati), a volte anche in maniera raffinata. Ogni vestito lo portava in maniera signorile e distinta.

Era poi un ragazzo di buona compagnia, molto socievole, dalla battuta pronta e intelligente. Aveva anche recitato in qualche accademia, dove aveva incantato tutti con la sua voce dolce, maliosa ed evocatrice. Era ben consapevole di questo dono. Non amava certo la vita chiuso in casa, ma gli piaceva la natura, andare a caccia in allegra compagnia. Non disdegnava né le letture romanzesche, né il teatro e la danza (invidiava il fratello perché il padre gli aveva dato il permesso di... fumare). Aveva un debole per la musica come tanti giovani moderni.

Di carattere emotivo, sentimentale: era buono di cuore, facile a commuoversi davanti a spettacoli di miseria. Talvolta però bastava una minima scintilla per far nascere in lui reazioni di ribellioni e d’ira. Ma, a differenza di molti giovani dei nostri giorni, anche cristiani, non si vergognava affatto di andare in chiesa e di pregare. Ultimo particolare non trascurabile, anzi importante per dare il quadro completo del ragazzo: per un po’ di tempo non era rimasto insensibile ad un incipiente amore umano.

Abbiamo qui tutti gli ingredienti perché questo ragazzo faccia la sua strada nel mondo, approfittando di tutte le opportunità che la vita, agiata e fortunata, gli offrirà.

Invece questo giovane, di diciotto anni, va in convento per diventare religioso passionista. Un taglio netto con gli interessi e abitudini, amicizie e progetti precedenti. Che cosa c’è stato all’origine di una tale “rivoluzione personale”?

Prima di diventare Gabriele dell’Addolorata, questo delicato ragazzo, come detto si chiamava Francesco. Possenti di cognome. Era concittadino di Francesco e Chiara di Assisi. Il padre poi era un personaggio importante e facoltoso, un uomo in carriera quindi, ma che tuttavia si prese molto a cuore il compito dell’educazione civile e religiosa dei figli, preparandoli alla vita nei suoi aspetti belli e dolorosi. Anche Francesco conobbe ben presto la sofferenza. Quando si trovava già a Spoleto (per un nuovo incarico amministrativo del padre) alla tenera età di quattro anni perse la madre, morta a trentotto anni. Ogni volta che il piccolo cercava e invocava la presenza della mamma, gli rispondevano, puntando il dito verso il cielo, “Tua mamma è lassù”. Gli facevano lo stesso gesto quando gli parlavano della Madonna. E se chiedeva dove si trovasse la risposta era: “È lassù”. Francesco crebbe con il ricordo di queste due mamme, ambedue lassù, che vegliavano su di lui amorevolmente. Anche quando, in ginocchio, fin da piccolo recitava il Rosario accanto al padre, il pensiero correva nello stesso tempo alle sue due mamme in cielo. Così si comprende la grande e tenera devozione che Francesco avrà per la Vergine Maria.

Nella sua camera poi aveva una statua della Madonna Addolorata (proprio come trovai quando conobbi Mons. Lazzarini! che la teneva in una teca molto bella!) nell’atto di sorreggere sulle ginocchia il suo Figlio Gesù morto. Francesco la contemplava a lungo, piangendo per i dolori della Madre davanti al Figlio. Questa “devozione” alle sofferenze della Madre di Gesù davanti a Gesù deposto dalla Croce, sono la spiegazione del nome che prese quando diventò religioso, a diciotto anni, nel 1856: Gabriele dell’Addolorata.

All’origine di questa conversione, relativamente improvvisa, vi sono due episodi significativi e importanti. Francesco aveva già perso oltre la madre anche due fratelli. Ma fu proprio la morte, a causa del colera, della sorella maggiore Maria Luisa (nel 1855) a scuotere profondamente il ragazzo, costringendolo a pensare ad una esistenza diversa da quella che aveva condotto fino a quel momento.

La perdita della sorella lo determina sempre più fortemente a prendere le distanze dalla vita di società e pensare più seriamente alla vita religiosa.

Ma c’è stato anche qualcosa di soprannaturale.

Era il 22 agosto 1856. A Spoleto si celebrava una grande processione per solennizzare l’ultimo giorno dell’ottava dell’Assunzione. Anche Francesco era presente, anche lui inginocchiato tra la folla attende il passaggio della Madonna. Lei arriva, e sembra cercare tra la folla qualcuno. L’ha trovato e l’ha guardato. Ode distintamente una voce che lo chiama per nome e gli dice: «Francesco che stai a fare nel mondo? Tu non sei fatto per il mondo. Segui la tua vocazione».

Poco dopo, con il parere favorevole del confessore e contrario di suo padre (che lo aveva già come collaboratore nel suo lavoro amministrativo e non voleva rinunciare al suo aiuto) entrò nel noviziato dei Passionisti, presso Loreto. Sceglie il nome di Gabriele di Maria Addolorata. «O papà mio, credete ad un figlio che vi parla col cuore sulle labbra: non baratterei un quarto d’ora di stare dinanzi alla nostra consolatrice e speranza nostra Maria Santissima, con un anno e quanto tempo volete, tra gli spettacoli e divertimenti del mondo».

Il giovane diciottenne si adatta infatti con entusiasmo alla rigida regola della Congregazione, inaugura una vita di austera penitenza e mortificazione e segue con attenzione la formazione spirituale incentrata sull’assidua meditazione della passione di Cristo.

Nel 1859 Gabriele e i suoi compagni si trasferiscono a Isola del Gran Sasso, in Abruzzo per continuare gli studi in vista del sacerdozio. Intensifica le sue pratiche di mortificazione e di autorinuncia a beneficio degli altri (poveri o compagni), approfondisce la spiritualità mariana, aggiungendo anche il voto personale di diffondere la devozione all’Addolorata.

La sua salute però si andava deteriorando, sia per la sua costituzione fisica fragile, sia per la vita rigida della comunità, sia per le sue privazioni volontarie supplementari.

La tubercolosi polmonare lo condurrà alla morte, nel 1862, a soli 24 anni. 

Prima di morire chiese al suo confessore di distruggere il diario in cui aveva scritto le grazie ricevute dalla Madonna. Temeva infatti che il diavolo se ne potesse servire per tentarlo di vanagloria negli ultimi momenti del combattimento finale. Il confessore obbedì a questa sua ultima richiesta di umiltà. Gabriele lo ringraziò, ma noi abbiamo perso un prezioso documento di vita spirituale. Se ne andò, stringendo al petto un'immagine della Madonna Addolorata!

Gabriele fu dichiarato santo, e quindi proposto alla venerazione ed imitazione di tutti i fedeli ma specialmente dei giovani, il 13 maggio 1920 dal Papa Benedetto XV. Pochi anni dopo, nel 1926, Pio XI lo dichiarò Patrono della Gioventù Cattolica italiana.

Numerose persone hanno riferito di miracoli ottenuti attraverso la sua intercessione e patrocinio. Santa Gemma Galgani sostenne che per intercessione di san Gabriele era guarita da una grave malattia. Con il suo esempio la santa lucchese definì meglio la sua vocazione passionista.

Questa vera “Gemma” di fede fu davvero legata particolarmente all’Ordine dei Passionisti e a San Gabriele dell’Addolorata, come sarà più tardi quel sant’uomo di Monsignor Lazzarini, grande figura lucchese di prete e studioso, anch’egli in odor di santità, - che ebbi la fortuna di incontrare più volte, nel Convento di Clausura in cui si era ritirato, e che mi indusse a pregare e a conoscere proprio Gabriele dell’Addolorata: lo facevamo davanti ad una statua antica e bellissima dell’Addolorata!! Avrebbe voluto aderire, nella sua vocazione, - mi confidava!,- ai Padri Passionisti, perché era tanto devoto a San Gabriele dell'Addolorata e, non avendo potuto farlo, perché per le ristrettezze economiche, la Madre gli chiese di farsi prete "alla svelta", tantissime volte, in seguito, con le sue parrocchie, portò i Lucchesi al Gran Sasso a venerare le spoglie miracolose del giovane santo.

Monsignor Pietro Lazzarini, nato nel 1900 e che tutto aveva passato nella vita con rassegnazione e con una pace da santo, se ne andò da questa terra proprio lo stesso giorno del Santo abruzzese!!! Quando me ne accorsi, pochissimi giorni dopo il 27 Febbraio 1992, con grandissimo stupore, ne parlai al Vescovo di Lucca che mi fece scrivere un pezzo, - oggi lo scriverei con diverso entusiasmo! – su Toscana Oggi.

Monsignor Lazzarini mi aveva confidato che, sempre per mancanza di mezzi e per non gravare sulla sua Mamma che adorava, (come Francesco-Gabriele!) aveva vissuto in povertà e non aveva mai posseduto, come avrebbe tanto voluto da bimbo! un vero Pinocchio di legno!

Poco tempo dopo, gli portai un bel burattino, bello grande, il più grande che mi permisero le mie tasche! che avevo acquistato per Lui a Collodi, per ringraziarlo della serenità che mi infondeva pregare e parlare con Lui! Lo portai nel suo studio con una gioia che non ho avuto nel fare alcun altro regalo! Se avessi potuto intercedere presso il Vescovo o anche più in alto! avrei voluto chiedere, se possibile, di farlo appartenere, per quegli ultimi suoi giorni ai Passionisti! Per togliere quel “peso” che ebbe anche Santa Gemma, che, con grandissimo rammarico, non fu mai Passionista!. Comr Mons. Lazzarini: assieme però realizzammo dei pezzi di giornalismo religioso,per la venuta del Papa a Lucca. Oltre un benvenuto, particolare, in polacco, per Giovanni Paolo II. Che allora sembrava poter espandere il suo fervore religioso con a globalizzazione che poi prese invece altre strade!

Mi parlava tanto della vita e della morte di Gabriele dell'Addolorata. Non seppi subito della morte e non partecipai quindi neppure ai funerali di quell'uomo che per me, per come sopportava il dolore delle sue operazioni, per come parlava e pregava, io vedevo già santo! Era sera quando mi dettero la notizia della sua dipartita dal mondo che mi addolorò non poco! Di notte, qualcosa mi fece svegliare. Scesi nello studietto e rimasi di stucco! quando mi accorsi che se n'era andato proprio nel giorno della morte di San Gabriele dell'Addolorata! Il 27 Febbriao di 130 anni dopo!

La mattina dopo, ne parlai con il Vescovo di Lucca, che mi fece scrivere della "cosa" su "Toscana Oggi".

Allora non avevo certo la fede di oggi. Ma era senz'altro Mons. Lazzarini, facendomi inginocchiare dopo appena qualche minuto dala nostra conoscenza, che un piccolo seme nela mia anima di giovane, l'aveva gettata, risvegliando in me, dopo l'ubriacatura del '68, la religiosità che altro non è che riconoscere che siamo "animaletti" pieni di egoismo aggrappati alla vita su un granello di terra che vola tra infinite galassie!  

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