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Vado, laddove resistono i calzolai

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Alessandro Raffaelli tiene alta la bandiera degli artigiani in un quartiere camaiorese che ha perso negli anni la propria vocazione commerciale divenendo un rione esclusivamente residenziale. Calzolaio da una vita, mette al servizio la propria professionalità per i vadesi e non solo. 

 

 

 

di Andrea Boccardo

 

 

Sembra vero che certi lavori non li voglia o non li possa fare più nessuno. Appaiono anticaglie da rievocazioni medievali al giorno d'oggi: sarti, pizzicagnoli, maniscalchi, falegnami hanno perduto la gilda d'appartenenza e nei decenni sono stati messi da parte da una sequela di industrializzazioni pompate da una società che ha preferito sostituire piuttosto che riparare. Ecco che oggi siamo tutti webmaster, web-ingeneer, youtubers, instagrammers, facciamo lavori inutili, che non producono né cultura né tantomeno le agognate solide realtà di una nota reclame. Eppure, fino a poco tempo fa questi antichi mestieri tiravano la carretta al Belpaese. 

 

In realtà esiste ancora un sostrato fedele di italiani che compie queste preziosissime occupazioni, retaggio di una nazione industriosa dove l'arte si imparava non in spersonalizzati corsi in remoto in lingua inglese da seguire sul pc, bensì sporcandosi le mani in bottega, celebrando un apprendistato annuale che scolpiva nei palmi il sudore della conoscenza. Si è perso quasi tutto, dal sano e vitale rapporto maestro-apprendista alla trattativa con il cliente, dalle fasi di lavorazione alla scelta dei materiali. Ma qualcosa o qualcuno si salva. 

 

Si prenda il caso del calzolaio, esemplificato nella cittadina di Camaiore da Alessandro Raffaelli, un uomo puro, radicato nei gangli storici di un quartiere popolare dove la gente ormai dorme e basta, e dove gli anziani di paese ancora si riuniscono: imperterriti interpreti di una commedia tragica come quelle di Beckett, aspettano davanti al Bar Centrale sulla curva di Vado la riapertura di un Cafè Chantant dove il profumo del caffè va immaginato fino alla fine dei giorni, le gonne delle ballerine possono essere dipinte da un improvvisato e fantomatico Degas. E allora guardano lavorare un infaticabile ciabattino, le spalle larghe dovute ad una genìa di innumerevoli e laboriosi Raffaelli che hanno amato il sudore e la fatica fin dai primi anni di esistenza, e che non si sono mai lamentati del decadimento della società moderna. Porta il tipico grembiule blu, segno distintivo della corporazione, con l'orgoglio di chi da secoli sceglie la pelle migliore con l'occhio clinico del chirurgo, poi la taglia e la scarnisce con un macchinario di cui siamo ardenti testimoni nel suo retrobottega. 

 

" Esistono varie fasi della preparazione della calzatura" ci spiega Alessandro "ovviamente la personalizzazione della scarpa dipende dal grado di coinvolgimento del calzolaio all'interno di tutte queste fasi: si può far fare tutto dalle macchine, dallo stampo, alla tranciatura, alla pressatura, alla cucitura tra tomaia e fodera. Io cerco di mettere il mio impegno in ogni singola scarpa che mi viene richiesta, adattando ovviamente il gusto personale alle esigenze del cliente. Sulla scelta del colore ad esempio posso lasciarmi ispirare dall'esperienza o dalla realtà quotidiana, ma alla fine si trova sempre un punto di congiuntura. "

 

Alcuni passaggi sono estremamente delicati e richiedono la precisione che solo una mano esperta può effettuare, come la cucitura, un lavoro da sarto che dev'essere fine, deciso ma invisibile. Ma esiste un mondo dietro ogni fase, ad esempio nell'incollatura si possono usare una miriade di colle diverse a seconda dell'uso che si vuol fare della futura calzatura. Per non parlare del tacco e del sopratacco, che squaderna una serie di velleità femminili con le quali Alessandro ha volentieri a che fare. 

 

Magicamente, il mestiere del calzolaio, visto con la lente di ingrandimento si avvicina alla qualità artistica dello scultore, che modella i suoi eroi con la forza delle mani: dopotutto, personaggi illustri della storia della moda e non solo sono partiti proprio dalle brulicanti stanze dei calzaturifici, basti pensare a Salvatore Ferragamo, il poeta tedesco Hans Sachs, chiamato il ciabattino e che diede nel XVI secolo l'ispirazione a Richard Wagner per I maestri Cantori di Norimberga. Fra gli ultimi, il comico Ciccio Ingrassia

 

" Lavori come questi, o come il sarto, si possono imparare a scuola solo per un 10% di ciò che ti serve effettivamente" chiosa con saggezza Alessandro " io l'ho imparato in gioventù, oggi non vedo più la possibilità di acquisire una serie di conoscenze pratiche che ti porta a formarti come artigiano. Vuoi per colpa del consumismo moderno che ci porta a pensare come automi, a cambiare in continuazione, a buttare tutto, proprio non so. Forse manca anche la voglia di mettersi la casacca da lavoro e sporcarsi le mani. "

 

In questo modo un quartiere come Vado boccheggia, perché i negozi per un rione rappresentano l'ossigeno, la linfa vitale attorno a cui ruota la vita di paese, dalla gente che aspetta l'apertura davanti all'insegna a quella che entra ed esce anche solo per dare un'occhiata. Ad oggi è rimasto quel poetico angolo che da Sterpi reca a Lombrici, con i plafond del vecchio Bar Centrale proiettati dalla Parigi della Belle époque, dove una popolazione minuta e silenziosa ancora si riversa e butta un'occhio di là, ad ammirare il lavorìo di un Pigmalione solitario e titanico che con le sue scarpette, le ballerine, i tacchi eleganti, le abbondanti colorazioni delle sue calzature continuerà a fare scuola e sogna un mondo dove la realtà è fatta in casa. 

 

 

 

Andrea Boccardo 

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