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L'arte di Gabriele Vicari in mostra al Pucciniano

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Scultore rinomato in Italia e Oltreoceano per i suoi innumerevoli lavori nostrani e per quelli che costellano il Canada, il talento di Vicari approda alla pittura con un trittico in esposizione alle Cappelle Medicee di Firenze e uno Studio di artista che farà mostra di sé al Pucciniano a partire dall'8 giugno. 

 

 

 

 

Di Andrea Boccardo

 

 

Nello studio dell'artista camaiorese Gabriele Vicari, al primo piano della Contrada La Rocca, si sente il profumo dei maestri del passato: Courbet, Renoir, la pittura metafisica di De Chirico, ma soprattutto il crepuscolarismo realista di Goya campeggiano a tinte fosche per adombrare gli sprazzi di luce potente che entrano nella stanza. Sta lavorando, in una sorta di autocefalia che colpisce drammaticamente il ruolo del produttore d'arte, proprio ad uno Studio d'artista quasi completato e pronto per l'esposizione collettiva che partirà l'8 giugno nel foyer del Gran Teatro Puccini di Torre del Lago. 

 

Si tratta di una tela enigmatica, tragicamente divisa nei due piani, quello principale dove una donna nuda distesa di fianco è serenamente addormentata di fronte agli oggetti e ai paramenti del pittore: l'impianto di legno della tela vista dal retro nella sua impalcatura, i tubetti di colore aperti, una sedia, gli immancabili pennelli, il cero spento e una bottiglia magica cobalto coronano un codice metalinguistico segreto tutto da decifrare, che contiene la chiave di lettura della pittura moderna. La boccetta azzura rappresenta il simbolo dell'iniziazione dell'artista, pervicacemente concentrato alla ricerca di se stesso in successione e (forse) conflitto con i maestri del passato, verso cui Gabriele nutre doverosa deferenza.

 

 

Il pittore infatti nella tela si eclissa, libera la propria presenza allo spettatore facendosi materia invisibile. La donna nuda è un mirabile esempio di perizia tecnica, forzatamente distesa su un fianco, dotata di forme languide che evidenziano la punta di diamante luminosa su cui lo spettatore punta lo sguardo. Siamo rapiti dalla fisicità del soggetto, colpito da punti luminosi che, grazie alla stratificazione della materia pittorica, visualizzano i seni e il costato: è un verismo imponente che si pone a cavallo tra le sinuosità di Ingres e la luminosità etica di David, ma aggiunge quel qualcosa in più, quel velo dipinto che avvolge dal basso la figura e la eleva in una fantasmagorica realtà altra, lo spazio dell'arte così ricercato dal Vicari. 

 

 

" Lo spazio dell'arte così come ho tentato di rappresentarlo è sacro:" aggiunge il maestro " la pila di libri nello studiolo rivela l'intenso percorso di conoscenza a cui siamo destinati. Hildemar è uno storico dell'arte che ho molto apprezzato. L'artista scompare dopo aver eseguito il proprio lavoro, ma i giganti che hanno vissuto prima di noi, I Velazquez e i Van Gogh ci donano lo studio da cui viene fuori la forma che aleggia nella mia mente. Siamo artigiani in realtà, mestieranti la cui conoscenza dei classici risolve il discorso formale nei punti di criticità."

 

Ma Vicari più che mestierante è un artista vero, che sembra scegliere la difficoltà formale apposta per superarla brillantemente, con doti di acrobata del colore ma anche di strutturalista della matita, sempre retrostante al colore, esistente come roccia solida, architettonicamente salda. Il disegno, lo schizzo preparatorio, i cartoni con i dettagli delle mani e degli oggetti sono elementi impresindibili accessori alla tela, sulla quale viene spalmato poi il colore a campiture perfette, con impasti che lo stesso Vicari realizza da solo.

 

" La ricetta per i miei colori risale alle ricerche settecentesche di un grande operaio dell'arte quale fu Giambattista Tiepolo. Il Veneto è la terra regina del tonalismo e per capire qualcosa nel vasto mondo dei contrasti, devi recartici per forza. " Artigiano a trecentosessanta gradi, Gabriele riesce a fare tutto da sé, a dimostrazione che un vero talento pensa la propria opera dall'alpha all'omega. 

 

La tela verrà presentata a partire dall'8 giugno nel foyer del Gran Teatro Puccini, a simboleggiare l'attaccamento alle immortali opere del maestro come la Bohème, la quale viene figurativamente racchiusa per intero nella tela sensuale, tetragona, umbratile di Gabriele Vicari. C'è tutto lo struggimento di Rodolfo nell'oggettistica desueta e abbandonata dello studiolo, l'amore sensuale per Mimì che si sottende nella dolce figura diafana, carica di erotismo.

 

Gabriele ci mostra un altro capolavoro ad olio, La piccola Dea della luna, secondo di un dittico che stuzzica le corde di Puccini. Una donna con un vestito paglierino tiene in mano uno scritto riferito al dramma romano per eccellenza, la Tosca, musicato nel pieno dell'attività operistica del maestro. Il fantasma di Puccini aleggia alla sinistra della divinità, si nota in controluce accarezzarle i capelli. Si tratta probabilmente della sua ultima amante, ma l'ambiguità forma la cifra stilistica poiché l'enigma persiste e ci inchioda come un rebus da risolvere: il fantasma è quasi senza volto mentre la luna è antropizzata, come in quell' incunabolo dei film fantascientifici che fu Voyage dans la Lune di Georges Meliès del 1902, dove il missile che fa riferimento alla navicella del romanzo di Jules Verne ferisce l'occhio di una Luna tremendamente umana. 

 

I contrasti violenti fra luci e ombre dominano il paesaggi, ricordandoci la serie degli ultimi quadri che Goya eseguì per la Quinta del Sordo, Las pinturas nigras. Le increspature del lago duettano con il vivace panneggio del vestito della ragazza, evidenziando l'elevata capacità 'scultorea' di Vicari e allo stesso tempo facendoci immaginare la delicata brezza lacustre che solo chi ha ammirato le opere di Puccini le sere d'estate al Gran Teatro può richiamare alla memoria del cuore. Tutto è perfetto nella Dea, dalla chioma castana sapientemente legata alla muscolarità florida del braccio destro che ricade lungo il fianco. Si notano gli anni passati ad esaminare i nudi, accompagnati dalla modellatura che nella realizzazione scultorea diviene fondamentale. 

 

Ci soffermiamo, da ultimo, su un altro esempio di pittura metafisica, un cavaliere templare la cui veste si scioglie ai bordi per fondersi con la scena retrostante. De Chirico non avrebbe saputo realizzare meglio l'intensità delle sfumature, sebbene l'occhio del fruitore sia incentrato sui due fuochi dell'ellisse verticale rappresentati dal volto camuso del cavaliere, così bonariamente fresco, e la croce bianca appuntata trionfalmente sul petto. Il richiamo al ritratto di Antonio Martelli Cavaliere di Malta, ultimo dipinto isolano di Caravaggio prima del mortale ritorno in Italia, è lampante nella realizzazione dei tre quarti e nel forte chiaroscuro impresso alla figura, incredibilmente dettagliata nei tratti somatici. La vecchiaia incide le rughe profonde del volto, il naso soffre la leggera ipertrofia dell'avanzare del tempo, in un verismo che eguaglia in bravura la pala oggi conservata a Palazzo Pitti. 

 

I lavori di Gabriele quindi non toccano soltanto la sacralità ma sono di vario genere. Nel 2009 vince il prestigioso Pangolin Award, Premio internazionale elargito dalla London Portrait Society dando la stura alla propria passione per il ritratto. L'arte pittorica di Gabriele Vicari, un po' come una seconda natura rigogliosa che nasce dal germe della scultura, è così: si sveglia di mattina sulle spalle dei giganti dell'arte, per elevarsi la sera alle supreme altezze del colore, in quei luoghi ameni dove l'arte non molla la presa sul desiderio di immortalità. 

 

 

 

Andrea Boccardo

 

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